Autore: claudio.circolari@salussola.net

La cappella di san Pietro Levita al Piano

 

La cappella dedicata a san Pietro Levita è l’ultimo, in ordine di tempo, sorta sul territorio di Salussola, poiché fu frutto di un voto fatto l’8 aprile 1945, durante l’ultima guerra mondiale.
Si dice che sia stata eretta, per un voto fatto al Santo, perché escludesse Salussola da ogni bombardamento in quei momenti terribili per l’Italia.
Sorse su un terreno donato da privati a metà costa collinare, verso la parte bassa del paese, vicinissimo all’antico monastero, dove per tanti secoli riposarono le sue spoglie.
La cappella fu edificata su progetto dell’architetto fu Biagio Albertelli di Torino; e sue sono anche alcune vetrate della parrocchiale di Santa Maria Assunta.
Nel 1950, la cappella non era ancora stata del tutto ultimata per mancanza di finanziamenti, e la cuspide non era ancora stata innalzata.
Fu allora che il prevosto Don Lino Loro Milan, invitò le famiglie di Salussola a partecipare alla lotteria per reperire i mancati finanziamenti.
Sotto alla predella, dell’unico altare, sono scolpiti i nomi dei maggiori contribuenti.
La cappella, sotto il titolo del beato Pietro Levita e della Beata Vergine d’Oropa, fu ufficialmente inaugurata con la traslazione dell’urna dalla chiesa parrocchiale dell’Assunta, il 15 settembre 1957.
Oltre la metà degli del 2000 una donazione privata dotà la chiesa di una statua della Madonna d’Oropa.

Bibliografia

Salussola e le origini del suo borgo

 

Il toponimo Salussola ” Salutiolam ” compare per la prima volta in un Diploma dell’ 882 di Carlo III detto il Grosso, ritrovato dallo storico Carlo Cipolla, a favore della Chiesa Vercellese, dove erano elencati gli eredi del castello degli Ictimuli, cioè le due corti di Salussola e di Petrorio, l’odierna Parogno di Zubiena: ” ... curtes duas in castello victimolensi, Salutiolam et Petrorium “.
Vittimulo era stata distrutta tra l’VIII e il IX secolo.
Questo avvalora che all’epoca di Vittimulo, o Vittimula per altri, Salussola esisteva già, ed era interazione del ” Castellum Victimuli “, e se individuata come una delle due ” curtes “, fosse già di una qualche importanza.
Dopo qualche anno, troviamo ancora ” Saluciola ” scritta nel primo Diploma di Ottone III del 7 maggio 999 a riconferma delle precedenti donazioni imperiali alla Chiesa di Vercelli insieme al ” Castellum Victimuli “.
Salizola ” è ancora citata nel Diploma imperiale di Enrico II del 1014, trascritto durante la visita a Solingen del vescovo Leone di Vercelli tra il 1016-1017.
Ritroviamo ancora ” Saluciolam cum suis pertinenciis “, Salussola con le sue pertinenze, nel Diploma dei privilegi che Federico I detto Barbarossa, il 17 ottobre 1152, fece al vescovo di Vercelli Uguccione.
In questo Diploma non si fa accenno del Castello Victimuli e del Mons Victimuli, e questo ci fa presumere che gli ultimi abitanti, di quello che rimaneva di Vittimulo, siano andati ad abitare a Salussola o negli altri borghi vicini.
Il frate di San Germano V.se e storico Aurelio Corbellini (1562-1648), avanzò l’ipotesi che Salussola sia stata fabbricata con i resti delle rovine di Vittimulo.
Con un altro Diploma di Federico I Barbarossa del 1° marzo 1155, sono citati i “ Castri Puliatij e Saluzoliae “, che vengono tolti alla Chiesa Vercellese e donati ai fratelli conti Bonifacio e Giovanni di Biandrate.
Veniamo così a sapere che Puliaco e Salussola, l’una aveva un fortilizio e l’altra una fortificazione e una cinta murata.
Salussola e le sue pertinenze appartennero ancora della Chiesa Vercellese nel 1191 con le donazioni fatte da Enrico IV al vescovo Alberto Avogadro.
Altre testimonianze che citano Salussola, sono documenti del 1178 e 1190 conservati nell’Archivio del Capitolo di Vercelli e altri databili tra il 1182 e il 1185 nell’Archivio Arcivescovile di Vercelli.
Gli insiemi collinari dei Comuni di Salussola, Dorzano, Cerrione, Zubiena, Mongrando e la Bessa, in origine erano il ” Castellum Victimuli “, e la località che oggi è denominata Salussola Monte, ne era l’avamposto fortificato.
Con il termine ” Castellum “, che oggi tradotto significa castello, si intendeva l’insieme di ” curtes “, luoghi, fortificazioni, villaggi, campi, boschi, colline, fiumi, torrenti e tutto quello che essi contenevano, compreso gli animali e gli abitanti.
Il ” Montem Victimuli “, descritto in molti documenti, non era altro che una zona elevata nella regione del “ Castellum Victimuli “, e la sua collocazione in Salussola Monte o limitrofi non trova nessun supporto ducumentale.
Il luogo di Salussola Monte, fu scelto dai Romani dopo il 223, per la sua posizione strategica sulla pianura, a difesa del “ castrum victimuli “ che era poco distante, poiché al suo interno vi si custodiva e si commerciava l’oro ricavato dalle aurifodine della Bessa.
Lo storico Modena Bicchieri, affermò che nel castello di Salussola si conservava l’oro estratto dalle aurifodine della Bessa, che serviva per la paga ai soldati di guardia alle Alpi, e altresì affermò che l’avamposto dei Vittimuli fosse stato scelto durante l’occupazione dei Romani come avamposto ideale durante la guerra contro Annibale.
I ritrovamenti archeologici casuali o mirati non mentono, Salussola fu centro romano, lo attestano le lapidi, le iscrizioni e le tombe recuperate.
Di epoca romana è la vecchia strada che ancora oggi attraversa il borgo alto.
Lo stemma municipale del Comune, quello più antico, portava a grandi lettere, la scritta latina “ Oppidum Caesarianum Vulgo Salussolia “, che significa luogo fortificato dai soldati di Cesare.

Bibliografia

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La chiesa medievale di Arro

 

Tutto lascia intuire che verso il mille, Arro ebbia avuto una propria rettoria o una sua ricostruzione.
Bisogna però parlare di chiese al plurale, perché due furono le comunità sorte nel corso dei secoli sul suo territorio.
La prima ( non più esistente ), d’origine medievale, aveva come centro una chiesa dedicata alla Natività della Madonna, che sorgeva in una località ancora oggi chiamata “ Chiesa Vecchia ”.
La seconda, è l’attuale, e risale al 1748.
Le vicende della prima parrocchia, detta sempre nelle antiche carte rettoria in quanto dipendente dalla pieve di san Pellegrino, sono legate alla storia civile di Puliaco e dei dintorni.
Già nel 1178 si trova nominato un “ presbiter de arro ”, nel 1186 un “ presbiter petrus de arro “ e nell’anno seguente “ petrum sacerdotem ecclesie de ar “.
Compresa nel distretto plebano della vicina pieve di San Pellegrino di Puliaco, da cui distava poco più di tre km., è riportata negli elenchi delle chiese del 1298 e del 1348.
Subì devastazioni durante le guerre tra Guelfi e Ghibellini del secolo XIV, tanto che fu abbandonata dai suoi abitanti, che poco più tardi edificarono un nuovo centro abitato.
E se ancora nel 1348 si incontra il “ presbiter othobonus de canbruzano rector (Arri) “, nel 1413 il Vescovo di Vercelli, Matteo Gisalberto, constatando l’abbandono del villaggio da parte degli abitanti e l’impossibilità di residenza del rettore della chiesa, univa la rettoria di Arro con il suo beneficio alla nuova pieve di Santa Maria di Salussola, obbligando però il pievano e i canonici che “ comuniter et solemniter… celebrare debenat… in festo nativitatis S. Mariae de septembre in ecclesia S. Mariae de Arro “.
Con questa unione, Arro perdeva la sua prima autonomia parrocchiale, ed i pochi abitanti che ancora rimanevano, sparsi nei cascinali della piana, passarono alle dipendenze del pievano di Salussola.
Più tardi l’abitato di Arro risorse su uno sprone del terreno, frutto delle erosioni millenarie del torrente, formando così un nuovo insediamento, ma alquanto distante dall’antica chiesa di Santa Maria.
La scelta dello sprone del terreno non fu casuale, perché il precedente abitato era sempre in balìa degli umori stagionali del torente Elvo.
La vecchia chiesa rimase in piedi e funzionante fino ai primi anni del 1600, epoca in cui si costruì la chiesa attuale nel nuovo cantone.
Nel 1602 si celebrava ancora Messa nella chiesa vecchia una volta la settimana, cioè tutti i sabati, ed il sacerdote celebrante, che allora era don Filiberto Bonino, canonico di Salussola, percepiva come mercede un quartarone di grano o di biada dai quattordici massari che possedevano il carro.
Gli atti delle Visite Pastorali del 1602 e 1606, descrivono la chiesa come una piccola costruzione, ad una sola navata, con un unico altare, con i muri grezzi con la facciata rivolta verso occidente, priva di volta, di pavimento e persino di campana, col piano interno inferiore di tre piedi da quello esterno.
Nel 2007, durante i lavori di sterro per la costruzione di una risaia, su di un terreno di proprietà della parrocchia di Arro, che in precedenza veniva seminato a granaglie, sono emersi i primi resti di fondamenta di un edificio.
L’edificio, si supponeva fosse la chiesa medievale, perché fino allora non si conosceva il punto esatto dov’era sepolta.
Gli scavi, sotto il controllo della Soprintendenza di Torino, portarono alla luce alcune forme architettoniche riconducibili a una piccola chiesa romanica a navata unica, e senza pavimento.
Sul perimetro esterno della chiesa, furono rinvenuti alcuni resti di ossa umane, una fibbia, una fusaiola, resti laterizi ed altri frammenti; altri frammenti ossei sono stati rinvenuti anche all’interno della chiesa.
Il ritrovamento dei resti ossei, fanno pensare alle sepolture di un cimitero esterno alla chiesa, mentre all’interno, quelle di presbiteri.
Gli scavi non proseguirono per molto, e furono interrati e lasciati ai posteri.

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E’ l’ultima pieve titolata a san Secondo Martire?

 

I ruderi di un’antica costruzione sono visilbili in elevato, in mezzo ad un campo laterale di Via Roppolo, con due lati contigui di una struttura a pianta rettangolare dalle misure di circa mt. 19,80 x mt. 10, costruita in ciottoli e blocchetti lapidei alletati in malta, con sporadica presenza di laterizi romani.
All’interno, si trova un muro in ciottoli dall’altezza di circa cm. 160/200 addossato alla parete di nord est e non in fase con il resto della struttura.
Secondo alcuni, la cui funzione non è mai stata ben definita, sarebbe di un edificio costruito ” alla romana “.
Secondo altri si tratterebbe di un edificio medievale costruito su un precedente edificio romano, cui apparterrebbe il muro interno in ciottoli.
Secondo me si tratta di un edificio medievale, che sfrutta alcune delle preesistenti strutture romane, e l’identificazione con un edificio religioso è suggerito dal toponimo locale ” Gesiùna “, che alcuni residenti collocano in un altro sito, da me identificato come la primitiva chiesa di san Pietro diacono.
Questo edificio chiesa, sotto il titolo di san Secondo martire, pur avendo perso i diritti plebani, è stato riedificato, inglobando parti di un edificio romano, in età tardo medievale.
Ricostruito in considerazione dell’altra pieve di san Secondo martire, quella ricostruita dopo la distruzione di Vittimulo dell’VIII-IX secolo, che venne distrutta durante le guerre che si combatterono a Salussola le fazioni guelfe e ghibelline.
Negli anni del 1950, sul lato nord est dell’edificio, una porta, successivamente chiusa da pietrami, che ancora si possono notare addossati alla parte inferiore della costruzione, immetteva, a mezzo di alcuni gradini, in un enorme locale sotterraneo riconducibile alla superfice dell’area superiore.
L’area di calpestìo soprastante, ricoperto di macerie e ruderi della struttura stessa e dalla vegetazione, non è altro che il piano del pavimento dell’edifico, e da quanto riferitomi in loco, il pavimento è a mosaico.
Durante uno degli ultimi interventi di deforestazione del rudere, è emerso che il muro in ciottoli, addossato alla parete nord est, dall’interno, ha evidenti aperture con l’impronta di travi, riconducibili al tetto dello stabile, e tratti di muro intonacati.
Tagliata la vegetazione sul muro di nord ovest, sono emerse aperture molto simili a piccole finestre e tratti intonacati come l’altra parete, e i colori dell’intonaco sono riconducibili a un’epoca tra il 1400-1500.
Il nome Gesiùna, come viene chiamata in loco da alcuni, condurrebbe al suo utilizzo, e questo edificio potrebbe essere stato l’ultimo dedicato al culto di san Secondo martire dopo che perse la pievania e diventare una chiesa campestre.
Le ultime notizie, di una chiesa sotto il titolo di san Secondo si hanno con la Visita Pastorale del 1570, mentre nell’altra del 1606, la chiesa era ridotta a un cumulo di macerie e si ordinava di demolirla completamente.
Nel 1619 il pievano di Salussola annotava: ” Nel istesso finagio vi si trova una chiesa del S.to Secondo con le muraglie solamente tutta ruinata “.
I monaci del Gran San Bernardo, con sede monastica a Vercelli, a cui era stata affidata fin dal 1286, la tennero fin verso il 1640.
E’ solo nel 1786 che si hanno ancora notizie di questa chiesa, dopo questa data non se ne parlerà più; in suo favore si levò una voce di difesa, quella del prevosto di Salussola don Pietro Antonio Mazzucchetti, che in data 14 aprile deplorava come Giovanni Zanotto avesse “ atterrato parte delle muraglie ancor esistenti della chiesa di S. Secondo e di escavarne buona parte di detto sito, con quali atterramento ed escavazione aveva ritratto diverse lapidi di marmo e di pietra lavorata di riguardo e di considerevole valore,delle quali già esso Giovanni Zanotto in gran parte avendo fatto distratto, altra parte fatta trasportare alla di lui casa in questo luogo, cantone di S. Secondo, ed altra ancora esistente sul luogo di detta chiesa distrutta e siti sacri “.

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La Porta Urbica Inferiore e Superiore

Poiché la posizione su cui sorgeva l’agglomerato di Salussola era ritenuta, all’epoca, di rilevanza strategica in particolare delle fortificazioni di cui disponeva il castello, nel 1375 il vescovo di Vercelli, che si era rifugiato nel suo palazzo al Piazzo di Biella per sfuggire alle trame ghibelline, ordinò al tesoriere del Comune di Biella, certo Bartolomeo Scaglia, di elargire 540 fiorini d’oro, per l’impegno del Comune di Salussola nel fortificare le bastie del castello, per aver ricostruito le mura cadute in rovina, nonché per la costruzione di due porte, una verso nord est e la seconda verso sud est.
Il borgo fu munito, dal vescovo Giovanni Fieschi, di un castello con tre torri, ora semidistrutto, e di una cinta muraria che circondava l’attuale Salussola Monte.
Essa aveva due porte, ma è rimasta in piedi solo quella di sud.
La porta rimasta sorge sulla salita anticamente detta ” Crosa “; è stata restaurata negli anni del 1970, in conseguenza del crollo subìto dal lato verso l’interno del borgo.

L’esterno, verso la pianura, ha una zona inferiore di pietre squadrate e, più in su, di ciottoli a spina di pesce con due corsi orizzontali di mattoni; l’apertura principale, a sesto acuto, è sormontata da un’altra apertura quadrata.
La zona superiore, di mattoni, ha una finestra a tutto sesto e sei beccattelli triplici in pietra sostenenti cinque caditoie.
Come nota il Conti, queste caditoie hanno una caratteristica insolita: a partire da quella centrale, più larga, diventano più strette verso i lati.
Secondo l’autore – da cui abbiamo attinto gran parte delle notizie – i tre tipi di muratura che si vedono in questa porta segnano tre distinte fasi costruttive.
Ancora più in su, una decorazione in mattoni (dentelli su mensole e dente di sega) è sormontata da tre merli guelfi.
Nel Biellese la merlatura è quasi sempre ghibellina; questa è un’eccezione.
La spiegazione va ricercata nell’elargizione in denaro che il vescovo ” Guelfo ” di Vercelli Giovanni Fieschi fece al Comune di Salussola nel 1375 per la riedificazione delle fortificazioni.
L’esterno verso monte, presenta nella zona inferiore, in mattoni, l’arco leggermente acuto dell’apertura principale, e nella zona superiore un’ampia apertura.
Una decorazione in mattoni simile a quella del lato verso valle orna il breve tratto di muro ai lati dell’apertura stessa.

L’insieme non ha un aspetto molto solido, nonostante la trave orizzontale di rinforzo: non stupisce se da questa parte si sia verificato il crollo.
Anche il vano interno è aperto verso l’alto.
Per il Conti questa tipologia ” a vela ” non è primitiva, ma frutto di interventi posteriori.
L’arco verso valle è sormontato da un altro arco, di rinforzo, poggiante su mensole di pietra; ha un profilo a tutto sesto alquanto irregolare.
Le pareti laterali del vano interno hanno ognuna una finestra a pieno centro, molto in alto; quella verso valle è a doppia ghiera.
Qui la muratura è di ciottoli a spina di pesce.
La parete verso monte presenta, al di sopra dell’apertura principale, tre corsi orizzontali di mattoni.

La porta del borgo murato, è stata edificata con due prerogative principali, al piano strada con un portone, e in alto con un ballatoio merlato dal alto della pianura, e libero dal lato del borgo; l’uno serviva a chiudere il borgo in difesa dei suoi abitanti, e l’altro come posto di presidio militare di controllo.
I Visconti, dopo qualche anno che divennero i padroni di Salussola, imposero a tutti gli abitanti, senza distinzione di ordine e grado, l’obbligo della custodia notturna e diurna delle porte e delle mura.
Non abbiamo notizie se le porte venissero custodite, dagli abitanti, anche prima del loro arrivo, ma sappiamo con certezza che lo furono fino a metà del 1800.
Nel vano interno della Porta Inferiore, che in loco viene anche chiamata ” portona “, dal lato che guarda la pianura sono ancora visibili gli alloggiamenti di un portone con il battente e i suoi cardini.
L’orario di chiusura delle porte, era scandito dal suono serale della campana del borgo, che serviva di avviso per chi si trovava fuori le mura, nei campi o lungo la strada.
Alle porte confluivano due gallerie provenienti dal mastio del castello, ed è facile comprendere che erano utilizzate a scopi di difesa militare dalla guarnigione.
L’entrata della galleria, dal lato della Porta Inferiore, è tuttora esistente all’interno di una cantina di un’abitazione privata, anche se chiusa con un muro di mattoni, mentre l’altra, si può identificare in un’apertura sul muro opposto al contrafforte rimasto della Porta Urbica Superiore.
Da questo lato, l’apertura è chiusa con materiali laterizi e ciottoli racchiusi da un architrave e stipiti di granito.
A quanto riferitomi, l’apertura ancora in vista a metà del 1930, conduceva in una camera dalla volta a vela quasi totalmente ostruita da terra e detriti.

La Porta Urbica Superiore
La Porta Urbica Superiore fu distrutta negli anni del 1800, forse da motti insurrezionali risorgimentali: il Gabotto ne vide solo tracce ” lievi ed incerte “.
Queste consistono tuttora in un contrafforte di mattoni con tratti di muratura in ciottoli ad opus spicatum, al termine del paese verso il bivio di Cerrione – Zimone, sulla destra per chi esce dal borgo.
Dai resti si desume che lo stile architettonico non sia stato uguale alla Porta Inferiore, ma è probabile sia stato il frutto di un rifacimento cinque-seicentesco, in quanto Salussola fu più volte assediata.

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Il castrum Puliaci

 

A Puliaco c’era anche un castrum, non un vero e proprio castello come possiamo intendere ora, ma un piccolo luogo fortificato o un fortilizio.
Non ci sono molti documenti che citino questo ” castrum “, ma uno dei più vecchi é senz’altro il Diploma di Federico I Barbarossa datato 1° marzo 1155, dove sono citati i ” Castri Puliatij e Saluzoliae “, che vennero tolti alla Chiesa Vercellese per essere donati ai fratelli conti Bonifacio e Giovanni di Biandrate.
Nel 1243, Puliaco parrebbe essere giurisdizione degli Avogadro di Collobiano, perché non risulta essere tra i possedimenti che il legato pontificio Gregorio da Montelongo, essendo vacante il potere vescovile Vercellese, vendette a Rufino Avogadro di Collobiano, quale rappresentante del Comune di Vercelli.
In data 25 marzo 1265 i fratelli Giovanni e Filippo, figli del fu Rufino Avogadro di Collobiano, fecero la divisione dei beni paterni; Filippo ebbe il castello di Massazza e Puliaco.
Ancora un altro documento, questo del 1325, ci fa sapere che alla nomina di certo fra Egidio ad abate della basilica di Sant’Andrea di Vercelli, i suoi oppositori accorsero al papa per impedirne la nomina, sostenendo che alcuni canonici di Sant’Andrea erano tra le truppe che assalirono il castrum di Puliaco.
Altro documento datato 14 luglio 1361 dell’archivio Bulgaro di Biella, riguardante alcune donazioni di beni siti sui territori di Puliaco e di Salussola, ci fa sapere che Puliaco era un centro da cui partivano strade per Salussola, per Verrone, per Massazza e per Villanova, e aveva un proprio fortilizio, ma non è dato sapere se ancora in piedi o in rovina.
Il fortilizio era dislocato, verso la strada per Verrone, in un luogo chiamato Motam, dove cerano delle vigne, un mulino sulla roggia (molendinum de la mota) e gli Alciati avevano dei terreni.
Alcuni interessanti dati riguardanti la zona: ” … de pecia una terre plantare vitibus … ab alia parte rugia molendini … in dicto territorio ubi dicitur ad Motam cui coher … et ab alia via qua itur veronum … a duabos partibos dominus de Alzatis … un terreno situato subt. prope illud, e la esplicita menzione del castrum Puliaci e di una villa, sono riportati anche dal Lebole nella Storia della Chiesa Biellese.
Cercando tra le mappe catastali più antiche del Comune di Salussola, per dargli una collocazione geografica sul territorio, lo si deve cercare nei dintorni della vecchia strada che portava a Verrone, ma qui non c’è riscontro esplicito di un luogo chiamato Motam, ma un altro attinente all’orgomento denominato Castelletto.
Da un’attenta consultazione è emerso che nella regione di Pugliacco non c’erano le ” risare ” , ma vigne, campi e boschi, e la dicitura ” motta ” riportata tra il campo San Lorenzo e Castelletto, veniva riferita ad alcune strade ed a una roggia.
La nostra attenzione è andata ad un rudere, dalla forma absidata, che si eleva all’interno di un boschetto, su uno sprone alluvionale del terreno, laterale alla strada provinciale Salussola-Massazza .
” Motam ” è un’indicazione di un’altura o cosa simile.
Nel 2000, Giovanni Sommo sul libro ” Luoghi fortificata fra Dora Baltea, Sesia e Po “, edito dal Gruppo Archeologico Vercellese ebbe a scrivere: ” Ricognizioni accurate hanno portato alla scoperta dei resti del castello situati a pochi passi dalla strada provinciale Salussola-Massazza.
Su di un ripido rialzo di forma allungata sono visibili i resti di una torretta semicircolare sporgente del diametro di circa metri 4,20 costruita in ciottoloni di fiume segnati da corsi regolari di laterizi con feritoia quadrangolare bordata da laterizi.
Il tipo di muratura riporta ad esempi tardo duecenteschi della zona.
A poche decine di metri a nord est sono rilevabili i resti di un altro tratto del recinto formato da ciottoli legati con malta, dello spessore di un metro circa, che forma un angolo ottuso.
Sul pianoro sono visibili accumuli di ciottoli dovuti alla disgregazione delle strutture murarie.
[…] “.
Nelle prossimità del rudere, partono strade quali la Campagnola, che da un lato conduceva a Massazza e dall’altro a Verrone; Vigellio in quel tempo non esisteva.
L’altra strada si trova in mezzo ai campi, e si imbocca sulla destra, appena passati dalla strada che porta a San Lorenzo, e porta a Cereje, Private, Arbonaud, Arro e Villanova.
E in regione Aunei, attigua a Pugliacco, fino ai primi anni del 1800 c’era un ponte di assi di legno che attraversava il torrente Elvo, qui diramificato in tre alvei, che veniva chiamava ” ponte degli Aunei “.
Nel medioevo dipartivano le strade, oramai sepolte dai movimenti alluvionali dell’Elvo, per Salussola, Verrone, Massazza e Villanova.
Questo rudere parrebbe essere stato il castrum di Puliaco¹, ma per stabilirlo ufficialmente bisognerebbe intraprendere una campagna di scavi archeologici.
Le lotte tra Guelfi e Ghibellini, con la famosa guerra di Salussola del 1312, devastarono fortemente l’abitato di Puliaco, tanto che a poco a poco fu abbandonato dai suoi abitanti, come avvenne anche per i villaggi di Private e d’Arro, e nella prima metà del secolo XV risultava già abbandonato.
Un altro documento del 1361 accenna ancora del castrum di Puliaco, anche se la guerra di Biella contro Salussola, iniziata nel 1312 e terminata con la firma della pace del 1343, avrebbe dovuto danneggiare il fortilizio degli Avogadro.
Gli Avogadro erano i capi della lega guelfa che fecero guerra a Salussola ghibellina, perché insieme ad altri feudi non prese le parti del vescovo Uberto Avogrado, che rifugiatosi a Biella formò un esercito.
Ma con la Carta delle Franchigie, il più importante documento Salussolese di Galeazzo II duca di Milano, signore di Vercelli, Pavia, terminò la guerra delle fazioni, poiché il 12 agosto 1376, concesse a Salussola i villaggi ed i territori annesi di Puliaco e di Arro.

¹ La cosa è dubbia, perché durante gli scavi archeologici del 2017/18 in regione Pugliacco, è emerso un edificio di fattura medievale, che potrebbe essere stato il castrum o un edificio militare o civile. Se veramente il castrum era questo, l'edificio citato potrebbe essere stata la chiesa di san Lorenzo, ma questo contraddice un documento del prevosto di Vigellio, o potrebbe essere stata una bastìa.

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La cinta muraria del borgo

 

Il borgo di Salussola, in origine era attorniato di mura, e in alcuni casi di doppie mura e contrafforti.
Con l’avvento dei Savoia, e principalmente con l’avvento del Marchesato, sorsero nuove dimore e prese in auge la cultura della villeggiatura tra le vigne.
Il principe Tomaso Francesco di Carignano marchese di Salussola, aveva la cultura della villeggiatura tra le vigne, tanto da costruirsi un palazzo e piantumare una vigna sui suoi terreni, che ancora oggi sono nominati ” Vigna del Principe “.
Le mura di difesa non servivano più, oramai superate dalla tecnica militare, furono demolite o inglobate, e su di esse si edificarono nuove dimore, mentre i vicini pendii collinari furono terrazzati, e fu piantata la vigna.
Dove non furono completamente demolite, furono adattate a rinforzi del terreno, e le restanti pietre riutilizzate per i terrazzamenti.
Il tratto maggiore, di quello che resta della cinta muraria, corre proprio sotto i ruderi del castello recinto, ma il tratto di mura meglio conservato, scorre a ovest della Porta Urbica Inferiore: la muratura è di ciottolo a spina di pesce (spesso molto regolare), con corsi orizzontali di mattoni.
Il Gabotto ci parla di “ avanzi di fossati e bastioni sostenuti da grosse muraglie di pietre sovrapposte senza cemento, ben conservate con le loro scarpe ”.
ll Conti nota che non è facile il riconoscimento di tutti i tratti superstiti della cinta muraria in questa zona, poiché alcuni sono stati incorporati nei muri di terrazzamento della collina.
Ancora meno rimane delle mura a est del borgo.
Forse, parti di esse sono rimaste nell’alta parete di ciottoli, a spina di pesce, in fondo al vicolo Vietta, che si inoltra da Via Generale Bignami all’ angolo di Via Pietro Micca.
Potrebbe trattarsi di un’abitazione civile, ma la muratura non è quella delle case medioevali di Salussola: qui c’è più malta, e i ciottoli sono più piccoli.
Altri reperti murari si possono ancora vedere nelle vicinanze dell’ex Porta Urbica Superiore.

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San Secondo dei Vittimuli

La pieve di San Secondo è considerata dagli storici la chiesa madre e la più antica di tutte le chiese del basso Biellese; risale al IV secolo, ai tempi di san Eusebio, vescovo di Vercelli.
Sorge nella valle di San Secondo, frazione di Salussola, in regione Porte, nel territorio dell’antica Vittimulo, sulla strada provinciale Salussola – Dorzano.
La Chiesa Cristiana, nei primi secoli prevedeva infatti un culto pubblico solamente ai Santi martiri e di preferenza nel luogo del loro martirio.
Oggi, dell’edificio originario, rimangono solo più le rovine del tracciato perimetrale, portate alla luce dagli scavi archeologici effettuati dalla Sovrintendenza della regione Piemonte nel 1953 e nel 1998.
Fu edificata sui luoghi del martirio di San Secondo, a cui la pieve è dedicata.
Con i secoli VIII e IX, in seguito alle guerre, ai saccheggi, alla distruzione del centro urbano di Vittimulo ed al conseguente spostamento degli abitanti nelle zone limitrofe – Cavaglià, Dorzano, Roppolo, Salussola e, più tardi, San Secondo, ebbe inizio la decadenza della pieve che si accentuò nei secoli successivi, fino alla totale rovina dell’edificio nel XVII secolo.
Verso la metà del XIII secolo i diritti plebani passarono alla chiesa di San Pietro di Cavaglià; nel 1286, ridotta a commenda, passò ai monaci di Gran San Bernardo di Vercelli che la tennero fino alla sua fine.
Nei secoli XIV – XV – XVI altre guerre, scorrerie e l’amministrazione da lontano, la portarono ad un completo degrado; essa fu demolita nel 1606 per ordine vescovile ed i materiali furono impiegati per la costruzione della chiesa parrocchiale di Salussola Monte.
In onore a San Secondo, pochi anni dopo, tra il 1619 e il 1636 venne edificato un oratorio, l’attuale chiesa parrocchiale della frazione San Secondo, nel nuovo centro abitato, sorto ai piedi della collina per motivi di sicurezza e di salubrità.
I più antichi documenti sono due lapidi sepolcrali: una del cristiano Vitale ( V-VI ), in seguito usata come copertura al sepolcro del Beato Pietro Levita, conservata attualmente presso il Museo Civico di Biella, donata dalla famiglia del cavaliere P. Torrione; l’altra, quella di Atamasio, è andata smarrita.
I primi documenti scritti che menzionano la pieve risalgono al X secolo: sono quattro elenchi delle pievi della diocesi di Vercelli.

Testo tratto da

” Il restauro degli antichi sentieri ” – La Pieve di San Secondo dei Vittimuli – ( testo integrale di una ricerca scolastica della Scuola Media Don Francesco Cabrio di Salussola edita e pubblicata a cura del Museo Laboratorio dell’Oro e della Pietra di Salussola ).

La seconda pieve di san Secondo martire è la ricostruzione o l’ampliamento della prima

 

I resti della prima pieve che sono giunti fino a noi, denotano un edificio di piccolissime dimensioni, non corrispondente alle necessità della popolazione dell’antica Vittimulo.
Le chiese erano proporzionate alle necessità del luogo.
Delmo Lebole nella sua Storia della Chiesa Biellese, scriveva che si poteva scavare nelle adiacenze della prima pieve, poiché il terreno intorno lasciava intravedere altri tracciati di muri più ampie.
Con probabilità, si trattava di una ricostruzione della chiesa paleocristiana avvenuta dopo le distruzioni dell’VIII-IX secolo.
E non trovando tracce di battistero, potrebbe essere accaduto che questi venisse inglobato nella nuova ricostruzione.
I contadini affermarono che nei campi vicini trovarono delle tombe, forse il cimitero della pieve.
Questi resti devono quindi risalire all’epoca della sua ricostruzione.
Solo anni dopo, i resti di muri che il Lebole descriveva, si sono rivelati essere la ricostruzione della prima pieve, ossia il suo ampliamento.
La decadenza materiale portò anche a quella religiosa, e dovette essere questo il tempo in cui diverse rettorie, appartenenti alla pieve di san Secondo, passarono sotto la giurisdizione della pieve di san Pellegrino di Puliaco.
Le rettorie che dipendevano dalla pieve di san Secondo si riscontrano nell’elenco delle chiese Vercellesi del XIII secolo; quali san Lorenzo di Dorzano, san Pietro di Cavaglià, san Pietro di Cagliano (ora Calliano di Cavaglià), santa Maria di Babilone di Cavaglià, san Michele di Roppolo e di san Lorenzo di Pavarano (Roppolo).
Dopo il 1000 questa decadenza si accentuò e verso la metà del secolo XIII i diritti plebani della pieve di San Secondo passarono alla chiesa di San Pietro di Cavaglià, che fu eretta a pieve.
San Secondo, anche dopo il passaggio della giurisdizione plebana a Cavaglià, mantenne ancora il titolo di pieve fino al XVI secolo, ma come titolo onorifico.
Gli elenchi delle chiese Vercellesi del 1298 e del 1410 riportano ancora « Plebs Sancti Secondi », ma tassata per un importo inferiore delle rettorie che una volta le erano soggette.
Il colpo di grazia alla chiesa di san Secondo giunse nei secoli XIV – XV – XVI con le numerose lotte, tra cui la guerra di Salussola del 1312, durante la quale andarono distrutti tutti i villaggi intorno alla pieve di san Pellegrino, e la stessa pieve perse la sua funzionalità plebana, il resto lo fecero le scorrerie di Facino Cane.

Bibliografia

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