Autore: claudio.circolari@salussola.net

Le bastìe del castello fortificato di Salussola

Fino ai primi anni del 1800, sul territorio del Comune di Salussola esistevano ancora delle tracce, alcune ben visibili, di una ventina di torri disseminate, prevalentemente, o all’interno di cascinali o lungo i confini o nelle vicinanze di essi.
Queste torri erano chiamate ” bastìe “, e l’attuale toponimo della borgata Bastìa ne è l’esempio, derivato da una di queste torri ivi ubicata.
Un esemplare di queste torri è ancora oggi ben visibile e conservato sulle colline alle spalle della frazione San Secondo, ed è detta torre di San Lorenzo o di Montalto.
In altre zone del comune, se ne possono ancora intravedere i ruderi, che nella maggior parte dei casi sono stati inglobati in abitazioni.
Un esempio è a la Bastìa, dove si può intravedere il basamento di una torre al civico 32 di Via Vigellio, ed un altro esempio è in regione Torre, dove esistono, all’interno di una proprietà privata, le fondamenta di una torre e la soglia per entrarvi.
Altri esempi sono da vedere al borgo Piano, lungo il sentiero dei Mazzucchi, dove ci sono dei ruderi, e in Via canonico Nicolò Salza, dove all’interno di una torre e con il suo ampliamento è stata ricavata un’abitazione.
Ma a cosa servivano queste torri chiamate bastìe ?.
La proprietà delle torri o anche casematte era della Comunità di Salussola, oggi diremo del Comune di Salussola, ed erano databili dal XII al XIV secolo, mentre sono andate in disuso, abbandonate e o vendute a privati a partire dai primi del XVI secolo.
Le bastìe erano presidiate da soldati o affidate a terzi, ed in primo luogo servivano da avvistamento e in secondo luogo a segnalare le eventuali intrusioni nemiche.
La dislocazione di una torre era fatta in maniera che questa ne potesse vedere un’altra, e in molti casi due, e così segnalare al mastio ed alla guarnigione, che si trovava nel castello fortificato (quei pochi ruderi rimasti sulla collina), gli eventuali nemici in arrivo.
In sintesi, le bastìe erano punti militari di avvistamento avanzato sul territorio, insieme alle due porte urbiche, alla cinta muraria ed al castello fortificato con il suo mastio, appartenenti al sistema difensivo della comunità di Salussola.
Nel 1891 il professore Gustavo Strafforello scriveva: ” … sulla cresta delle colline che fiancheggiano a mezzodì il poggio del castello, vedonsi ruderi di torri innalzate per uso di vedetta e per fare segnali “.

Bibliografia

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

Alla ricerca del castrum perduto di Puliaco

La scoperta, non la più importante, ma la più interessante degli scavi archeologici di regione Aunei e Pugliacco, avvenuti tra la prima metà del 2017 e la prima metà del 2018, causati dalla posa di un nuovo metanodotto della rete SNAM, è stato il rinvenimento di un edificio, di non certa destinazione d’uso, militare, civile o di entrambe.
La forma delle muraglie costrutta con ciottoli, potrebbe portare ad una indicativa datazione erettiva o ricostruttiva tra gli anni del 1100 e del 1200.
Questo edificio sembrerebbe essere stato il Castrum Puliaci, anche dal fatto che, lateralmente, emerge dal terreno una forma quadragolare, forse una torre.
Dall’altro lato, che sembra il cortile, c’è un pozzo artesiano databile verso la fine del 1300.
All’interno del perimetro ci sono tracce di combustione, forse dovute al saccheggio e alla devastazione dell’edificio avvenuto durante la guerra tra Guelfi e Ghibellini, che portò alla distruzione e all’abbandono del villaggio di Puliaco.
I dubbi resteranno, perché non ci sarà la possibilità di approfondirli.
Abbiamo creduto che il Castrum Puliaci fosse dall’altra parte, su uno sprone boscato laterale la strada provinciale Salussola – Massazza, così come ci è stato indicato da uno studio archeologico degli anni 2000.
Dai ruderi che emergono da quello sprone, invece l’illustre don Delmo Lebole, vi collocò la chiesa di san Lorenzo, andando in contrasto con don Perini, parroco di Vigellio, che sulle vestigia della chiesa, scrisse, venisse edificato l’omonimo ed attuale cascinale.
Dubbi che non riusciremo mai a venirne a una soluzione, ed ora fortemente amplificati dalla recente scoperta, proprio a due passi da dove avevamo ubicato il fortilizio.
Anche i ruderi sullo sprone hanno una datazione simile alla recente scoperta.
Quanto emerge tra la boscaglia, parrebbe essere stato di uso militare, ma anche di uso religioso.
Coesistevano due fortilizi distinti, dove uno era adibito a una cosa ed uno ad un’altra, una bastìa, o forse aveva ragione don Lebole collocandovi la chiesa di San Lorenzo ?.

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

I villaggi di san Pellegrino e di san Lorenzo di Puliaco

Il nome ” Puliacum “, è un toponimo che deriva dal celtico-gallico, e non è del tutto esatto dire che fu un villaggio romano, mentre in altri casi come Arro, San Secondo e Salussola, durante gli anni furono rinvenute vestigia e tombe di epoca romana, qui, per quanto si ricordi, sono state rinvenute due tombe etrusche, emerse durante i lavori di sbancamento per la costruzione della vicina massicciata ferroviaria.
Il dubbio è stato risolto solo ultimamente con gli scavi archeologici eseguiti tra gli anni 2017 e 2018, allorché sono state rinvenute tracce materiali ed umane risalenti all’età del bronzo.
Delmo Lebole, nella Storia della Chiesa Biellese, asserisce che le tegole di copertura del campanile erano di epoca romana, e parti di fondamenta della pieve di fattura pre medievale.
In seguito alla cristianizzazione del luogo, il villaggio si sviluppò in due insediamenti attorno ad una o più celle benedettine e ad un castrum.
Da un campo intorno ai ruderi della pieve di san Pellegrino, chiamato sul catasto comunale san Pallarino, tuttora sono affioranti cocci e laterizi, e ciò fa pensare che lì vi fosse un abitato o una parte di un abitato.
La cosa avvalora l’ipotesi di due comunità distinte, l’una con pochi abitanti e facente capo alla piccola chiesa di san Lorenzo, e l’altra con maggior popolazione facente capo alla pieve di san Pellegrino.
La presenza di un presbitero e di un beneficio per la chiesa di san Lorenzo, avvalora la tesi che la chiesa facesse capo a un piccolo villaggio.
Il catasto comunale descrive la zona, compresa tra i campi san Pallarino e san Lorenzo, con il nome di Pugliacco, dove gli scavi hanno riportato alla luce una parte dello stesso villaggio, una villa romana e forse il castrum.
Verosimile si può asserire che Puliaco era l’insieme di due comunità, quella di san Lorenzo e quella di san Pellegrino, sorte attorno alla loro chiesa, con una differenza, che quella di san Lorenzo si ergeva su un elevato del terreno, mentre quella di san Pellegrino nella zona golenale del torrente Elvo.
La costruzione della pieve, o una sua ricostruzione, avvenne perché il villaggio era di ragguardevole importanza demografica e militare, tanto da avere un piccolo castrum o fortilizio.
Questa pieve è di sicuro una rifondazione o una ricostruzione di una chiesa precedente, e la troviamo nominata in tutti gli elenchi delle pievi Vercellesi dei secoli XIII – XIV – XV e da una bolla di papa Urbano III del 1° di giugno 1186, nella quale si rammemora Plebs Puliaci.
Negli anni divenne tanto importante, da abbracciare numerose rettorie, anche molto lontane da Salussola.
La guerra iniziata nel 1312 tra guelfi e ghibellini, che si protrasse anche oltre, distrusse il villaggio di Puliaco, ma non le loro chiese, o queste vennero danneggiate parzialmente, perchè vi troviamo presenti ancora due presbiteri.
E’ solo nel 1413 che l’ultimo presbitero lascerà la chiesa di san Pellegrino, poichè tutti i suoi beni passarono alla chiesa di Salussola, divenuta pieve al posto di quella di Puliaco, ma in cambio il pievano e i canonici erano tenuti a celebrare la Messa nelle due chiese.
Nella Visita Pastorale del 1606 e in quella successiva del 1619, le due chiese sono descritte in rovina, e quindi la loro distruzione, per incuria o per dolo, è databile tra il 1413 e il 1606.
Nel 1896 il prevosto di Vigellio don Perino scriveva: ” ... negli scavi avvenuti poco lontano dalla chiesa di san Pellegrino si trovarono reliquie d’altra chiesa che si diceva consacrata a San Lorenzo, nome ancora ritenuto dal cascinale sorto sulle sue rovine.
Vi si trovarono pure indizi di antico cimitero “.
E’ probabile che la chiesa di san Lorenzo di cui parla don Perino, sia stata costruita o ricostruita sulle vestigia di una cella benedettina, e che solo tra la fine del 1600 e il 1700, sia sorto il cascinale che ancora ne porta il nome.
L’altro indizio è nella presenza di un cimitero, che non era la prerogativa di una piccola chiesa, ma forse il cimitero legato alla pieve di san Pellegrino.
Il cascinale di san Lorenzo sorge su un elevato del terreno, che non è altro che una ripa creata, nei millenni, dalle erosioni alluvionali del torrente Elvo.
Nel 1748 il cascinale fu compreso nella giurisdizione pastorale della erigenda parrocchia di Vigellio, mentre nel 1798 risultava appartenere al Canonicato di sant’ Emiliano, eretto nella pieve di santa Maria Assunta di Salussola.
Di san Pellegrino, invece, sono i rimasti i ruderi di una chiesa e i resti del suo campanile, numerosi cocci laterizi affioranti dal terreno, e il nome catastale del campo.
I reperti ancora a disposizione sono databili ai primi anni del XII secolo, mentre i resti del campanile sono di epoca più tarda, verso la metà del XII secolo.
Un’accurato studio archeologico porterebbe a individuarne, oltre alla chiesa, anche il battistero di cui era dotata.
In questa località, tra i latifondi, è tuttora visibile una parte di una strada con ciottoli, che congiunge i limiti dei campi di san Pellegrino con quello di san Lorenzo, con diramazione per la strada Campagnola.

Bibliografia

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

Puliaco e la sua pieve

San Pellegrino di Puliaco, era con quella di san Secondo di Vittimulo, una delle pievi più antiche della zona.
Le fondamenta della costruzione sembrerebbero risalire alla seconda metà del V° secolo d.C., e quello che è rimasto in luce è probabilmente una ricostruzione elevata di un edificio precedente.
L’edificio era costruito con orientamento liturgico est/ovest, a tre navate absidate con lesene laterizie.
Ancora ben conservata è la parte inferiore dell’abside della navata laterale sud, la cui struttura muraria è costituita da ciottoli, disposti a spina di pesce, legati da spessi strati di malta, su cui si vedono le incisioni fatte con la punta della cazzuola.
All’esterno, quest’abside mostra tre strati di lesene, formate da mattoni, intercalati da pochi conci di pietra.
Della facciata è rimasto un solo tratto di muro, costituito da conci di pietra disposti disordinatamente.
Al centro della facciata c’è un’ apertura, che un tempo doveva essere la porta principale della chiesa.
I resti più interessanti sono quelli della torre campanaria, di pianta quadrata, addossato alla chiesa sul lato nord.
I muri sono dello spessore di circa un metro e mezzo alla base, che vanno restringendosi a piani verso la sommità, eseguiti in ciottoli di torrente a spina di pesce, con agli spigoli resti di contrafforti in blocchi di pietra squadrata e mattoni.
Una porta con arco romanico, dava accesso al campanile dalla navata laterale di sinistra della chiesa.
Numerosi resti di tegoloni romani, con l’incisione di un marchio che indicava il luogo di provenienza, attestano quale doveva essere la copertura del campanile e della chiesa.
Da questi resti possiamo datare il campanile tra il 1150 e il 1160, la chiesa a pochi decenni prima.
Si tratta quindi di una ricostruzione della chiesa plebana primitiva.
La sua scomparsa è collocabile in una data compresa tra il 1413 e il 1606.
Interessante sarebbe intraprendere degli scavi in questa località, perché oltre a rimettere in luce gli elementi che s’intravedono nel terreno, potrebbero portare alla scoperta dell’antico battistero, che si suppone dovesse essere come quello della pieve di Biella.

Bibliografia

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

La cella Benedettina di Puliaco

La cella benedettina, attorno alla quale sono sorti gli insediamenti di Puliaco, nelle carte d’ estimo delle chiese Vercellesi del 1348, viene collocata alle dipendenze dell’abbazia benedettina di san Genuario (oggi frazione di Crescentino), senza indicare il punto sul territorio dov’era veramente ubicata.
Oltre a questa cella, si fa riferimento anche ad un’altra, questa dipendente dall’abbazia benedettina di santo Stefano di Vercelli.
Su una serie di pareti affrescate, all’interno di una lunga galleria che si trova nei Musei Vaticani, sono geograficamente riportate le dipendenze benedettine di allora, e tra queste c’è anche Puliacum.
Le celle benedettine erano staccate dal monastero e si sviluppavano attorno ad un qualche insediamento già esistente o a una fattoria, e lo scopo principale era quello di disboscare, dissodare e coltivare i terreni ed allevare gli animali.
E per lavorare la terra serviva la manodopera dell’uomo, che poco alla volta si stanziò nei dintorni della cella.
Intorno alla cella benedettina, dipendente dai frati di san Genuario, con molta probabilità sorse il villaggio di Puliaco, ampliatosi con la ricostruzione della nuova chiesa nelle forme della pieve di san Pellegrino.
Intorno a una seconda cella, questa dipendente dal monastero di santo Stefano di Vercellli, potrebbe essere sorto un agglomerato di case attorno alla chiesa di san Lorenzo, un santo diacono e martire come santo Stefano.

Bibliografia

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

 

Il castrum Puliaci

A Puliaco c’era anche un castrum, non un vero e proprio castello come possiamo intendere ora, ma un piccolo luogo fortificato o un fortilizio.
Non ci sono molti documenti che citino questo ” castrum “, ma uno dei più vecchi é senz’altro il Diploma di Federico I Barbarossa datato 1° marzo 1155, dove sono citati i ” Castri Puliatij e Saluzoliae “, che vennero tolti alla Chiesa Vercellese per essere donati ai fratelli conti Bonifacio e Giovanni di Biandrate.
Nel 1243, Puliaco parrebbe essere giurisdizione degli Avogadro di Collobiano, perché non risulta essere tra i possedimenti che il legato pontificio Gregorio da Montelongo, essendo vacante il potere vescovile Vercellese, vendette a Rufino Avogadro di Collobiano, quale rappresentante del Comune di Vercelli.
In data 25 marzo 1265 i fratelli Giovanni e Filippo, figli del fu Rufino Avogadro di Collobiano, fecero la divisione dei beni paterni; Filippo ebbe il castello di Massazza e Puliaco.
Ancora un altro documento, questo del 1325, ci fa sapere che alla nomina di certo fra Egidio ad abate della basilica di Sant’Andrea di Vercelli, i suoi oppositori accorsero al papa per impedirne la nomina, sostenendo che alcuni canonici di Sant’Andrea erano tra le truppe che assalirono il castrum di Puliaco.
Altro documento datato 14 luglio 1361 dell’archivio Bulgaro di Biella, riguardante alcune donazioni di beni siti sui territori di Puliaco e di Salussola, ci fa sapere che Puliaco era un centro da cui partivano strade per Salussola, per Verrone, per Massazza e per Villanova, e aveva un proprio fortilizio, ma non è dato sapere se ancora in piedi o in rovina.
Il fortilizio era dislocato, verso la strada per Verrone, in un luogo chiamato Motam, dove cerano delle vigne, un mulino sulla roggia (molendinum de la mota) e gli Alciati avevano dei terreni.
Alcuni interessanti dati riguardanti la zona: ” … de pecia una terre plantare vitibus … ab alia parte rugia molendini … in dicto territorio ubi dicitur ad Motam cui coher … et ab alia via qua itur veronum … a duabos partibos dominus de Alzatis … un terreno situato subt. prope illud, e la esplicita menzione del castrum Puliaci e di una villa, sono riportati anche dal Lebole nella Storia della Chiesa Biellese.
Cercando tra le mappe catastali più antiche del Comune di Salussola, per dargli una collocazione geografica sul territorio, lo si deve cercare nei dintorni della vecchia strada che portava a Verrone, ma qui non c’è riscontro esplicito di un luogo chiamato Motam, ma un altro attinente all’orgomento denominato Castelletto.
Da un’attenta consultazione è emerso che nella regione di Pugliacco non c’erano le ” risare ” , ma vigne, campi e boschi, e la dicitura ” motta ” riportata tra il campo San Lorenzo e Castelletto, veniva riferita ad alcune strade ed a una roggia.
La nostra attenzione è andata ad un rudere, dalla forma absidata, che si eleva all’interno di un boschetto, su uno sprone alluvionale del terreno, laterale alla strada provinciale Salussola-Massazza .
” Motam ” è un’indicazione di un’altura o cosa simile.
Nel 2000, Giovanni Sommo sul libro ” Luoghi fortificata fra Dora Baltea, Sesia e Po “, edito dal Gruppo Archeologico Vercellese ebbe a scrivere: ” Ricognizioni accurate hanno portato alla scoperta dei resti del castello situati a pochi passi dalla strada provinciale Salussola-Massazza.
Su di un ripido rialzo di forma allungata sono visibili i resti di una torretta semicircolare sporgente del diametro di circa metri 4,20 costruita in ciottoloni di fiume segnati da corsi regolari di laterizi con feritoia quadrangolare bordata da laterizi.
Il tipo di muratura riporta ad esempi tardo duecenteschi della zona.
A poche decine di metri a nord est sono rilevabili i resti di un altro tratto del recinto formato da ciottoli legati con malta, dello spessore di un metro circa, che forma un angolo ottuso.
Sul pianoro sono visibili accumuli di ciottoli dovuti alla disgregazione delle strutture murarie.
[…] “.
Nelle prossimità del rudere, partono strade quali la Campagnola, che da un lato conduceva a Massazza e dall’altro a Verrone; Vigellio in quel tempo non esisteva.
L’altra strada si trova in mezzo ai campi, e si imbocca sulla destra, appena passati dalla strada che porta a San Lorenzo, e porta a Cereje, Private, Arbonaud, Arro e Villanova.
E in regione Aunei, attigua a Pugliacco, fino ai primi anni del 1800 c’era un ponte di assi di legno che attraversava il torrente Elvo, qui diramificato in tre alvei, che veniva chiamava ” ponte degli Aunei “.
Nel medioevo dipartivano le strade, oramai sepolte dai movimenti alluvionali dell’Elvo, per Salussola, Verrone, Massazza e Villanova.
Questo rudere parrebbe essere stato il castrum di Puliaco¹, ma per stabilirlo ufficialmente bisognerebbe intraprendere una campagna di scavi archeologici.
Le lotte tra Guelfi e Ghibellini, con la famosa guerra di Salussola del 1312, devastarono fortemente l’abitato di Puliaco, tanto che a poco a poco fu abbandonato dai suoi abitanti, come avvenne anche per i villaggi di Private e d’Arro, e nella prima metà del secolo XV risultava già abbandonato.
Un altro documento del 1361 accenna ancora del castrum di Puliaco, anche se la guerra di Biella contro Salussola, iniziata nel 1312 e terminata con la firma della pace del 1343, avrebbe dovuto danneggiare il fortilizio degli Avogadro.
Gli Avogadro erano i capi della lega guelfa che fecero guerra a Salussola ghibellina, perché insieme ad altri feudi non prese le parti del vescovo Uberto Avogrado, che rifugiatosi a Biella formò un esercito.
Ma con la Carta delle Franchigie, il più importante documento Salussolese di Galeazzo II duca di Milano, signore di Vercelli, Pavia, terminò la guerra delle fazioni, poiché il 12 agosto 1376, concesse a Salussola i villaggi ed i territori annesi di Puliaco e di Arro.

¹ La cosa è dubbia, perché durante gli scavi archeologici del 2017/18 in regione Pugliacco, è emerso un edificio di fattura medievale, che potrebbe essere stato il castrum o un edificio militare o civile. Se veramente il castrum era questo, l'edificio citato potrebbe essere stata la chiesa di san Lorenzo, ma questo contraddice un documento del prevosto di Vigellio, o potrebbe essere stata una bastìa.

Bibliografia

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

Il villaggio di Private e la sua rettoria

Privato o Private, era un villaggio di origine romana, o più antico, che sorgeva nella piana alluvionale dell’Elvo, in una regione ancora oggi chiamata Privato o San Giovanni, presso l’attuale regione intorno a cascina Cereje.
Cereje o anticamente Cerere, dea romana delle messi; il nome potrebbe essere stato modificato con l’avvento della cristianizzazione ed attinente alle vicine celle benedettine di san Pellegrino e di san Lorenzo.
Oggi il villaggio scomparso è identificabile tra l’attuale strada provinciale Salussola-Arro e quella di Salussola-Massazza, ma nell’alto medioevo si trovava sulla strada che tendeva ad Arro, oggi indicativamente passando dalle cascine Arbonaud e Grilla.
Su una tavola del Catasto Comunale di Salussola del 1798, appaiono le diciture Private e San Giovanni in due appezzamenti di terreno diversi, ma attigui tra di loro.
Alcuni dei suoi abitanti, li troveremo elencati in partecipazioni pubblico amministrative del borgo di Salussola.
Il suo territorio venne a far parte della Comunità di Salussola a partire dal 12 agosto 1376 per merito di Galeazzo II duca di Milano signore di questi luoghi
Della sua chiesa, dedicata a San Giovanni Battista, attualmente non esistono neppure le fondamenta, essendo state demolite decenni fa.
Di essa si parla, però, già nell’elenco delle chiese Vercellesi del 1298 con « ecclesia privati », come pure in quelli del 1348 e del 1440.
Devastato l’abitato durante le guerre tra Guelfi e Ghibellini, che distrussero pure Puliaco, la chiesa di Private già nel 1348 era unita a quella di Santa Maria di Salussola, unione riconfermata poi ufficialmente nel 1413.
Anteriormente questa chiesa era una rettoria alle dipendenze della pieve di Puliaco, da cui distava circa due chilometri, con proprio beneficio e rettore, ma ancora prima dipendeva dalla chiesa di Santa Maria di Arro.
Scomparse le abitazioni e officiata solo una volta l’anno, questa chiesa cadde ben presto in rovina, seguendo la sorte delle chiese vicine.
Nel 1619 il pievano di Salussola scriveva: « Nel istesso finagio vi si ritrova una Chiesa fabbricata sotto il titolo di Santo Gioanni batta dove si dice al privato, è tutta rovinata, eccetto il Cuoro quale è ancora coperto di coppi, è senza beni ».
L’ultimo ricordo è contenuto nella Visita Pastorale del 1698, dove si conferma che questa chiesa era “ diruta “ .
In seguito furono demolite anche le fondamenta; unica testimonianza della sua esistenza è rimasto il nome di San Giovanni al terreno su cui sorgeva.

Bibliografia

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

La piroga di Salussola

Nella primavera del 1991, lo studente biellese Franco Macchieraldo, 29 anni, laureando in storia contemporanea all’Università di Torino, ed il professor Franco Ramella, rinvennero sul greto del torrento Elvo un semilavorato di piroga monossile.
La scoperta del tronco fu favorita dai lavori per la costruzione di un guado, sorto nei pressi del ritrovamento, e che serviva al transito degli automezzi dediti al trasporto di materiale di estrazione ghiaiosa.
Il tronco, era di una lunghezza di circa 4 metri, ed era sepolto sotto un ammasso di ciottoli e ghiaia a circa 5 metri di profondità, sulla sponda orografica destra del torrente Elvo, a 300 metri dal ponte della ferroviari Biella – Santhià.
Nel novembre 1992 due tecnici del Servizio per l’archeologia subacquea, guidati da Luigi Fozzati, lavorando nell’acqua, hanno dissepolto, ripulito ed imbracato nei tiranti la piroga; poi con una ruspa l’hanno trasportata a Viverone, dove è stata immersa in una vasca contenente una soluzione chimica mista ad acqua, in grado di impedirne l’essiccazione.
” Abbandonata dopo l’uso – spiegò l’archeologo Fozzati all’articolista del giornale La Stampa – la piroga piano piano si è insabbiata ed è stata protetta finora da una specie di sigillo naturale formato da strati di sabbia mista con ghiaia e ciottoli accumulati nel corso dei millenni in seguito a diversi eventi alluvionali “.
Continuò Fozzati: ” L’azione erosiva del torrente Elvo negli ultimi anni ha parzialmente livellato gli strati ghiaiosi consentendo ad un’estremità della piroga di fuoruscire trasversalmente quasi a pelo d’acqua, dove è stata intravista “.
Le analisi al radiocarbonio C14 e dendrocronologiche xilotomiche per fissarne rispettivamente l’età, il tipo di pianta e le tecniche di fabbricazione, hanno rivelato che la piroga era un semilavorato monossile di quercus robur risalente all’età del bronzo, insomma un tronco e non una piroga.

___________________________________________________________________________

Le notizie che avevamo scritto relative alla così detta piroga

La piroga dell’Elvo è un tronco – Salussola 29/01/2007 – Se la memoria regge, mi sembra fosse il 1987 o l’inizio del 1990, allorché durante alcuni lavori spondali sul greto dell’Elvo, la ruspa portò alla luce uno strano tronco.
Il tronco che emerse dalla melma ” torbiera ” fu subito creduto una piroga, perché sembrava presentare tracce scure di legno intaccato dal fuoco o dal lavoro dell’uomo.
Il reperto raccolse lusinghiere attenzioni locali, da qualche anno era stata scoperta la piroga del Lago di Bertignano, una piroga era un manna per far decollare il turismo Salussolese, tanto se ne fece che intervenne la Soprintendenza ai Beni Archeologici del Piemonte.
Di quello strano tronco di legno non se ne seppe più nulla, se non che preventivamente fu conservato all’umido in una vasca di Viverone.
Mi ricordo che i giornali locali ne parlarono.
E oggi, sempre dai giornali locali, abbiamo appreso che dopo approfondite indagini la piroga è risultata essere un tronco di quercia risalente a circa 3.500 anni fa, un signor tronco dell’età del bronzo.
A Bologna ha ricevuto le cure e le analisi del caso e la cifra pagata dal Museo del Territorio di Biella risulta essere stata di 25.000 euro.
Una bella cifra per un tronco seppur vecchio.
Ora il tronco è ritornato al Museo, ma è talmente lungo, circa 4 metri, che non entra da porte e finestre e quindi non si sa come e dove esporlo.
Per il futuro, si pensa di far frutto dei 25.000 euro spesi con l’allestimento di un percorso didattico storico del Biellese, magari esponendolo insieme agli altri reperti archeologici del suolo Salussolese, ma per ora il tronco ” dell’ ex piroga Salussolese ” rimane inscatolato sotto al portico del chiostro.
Quel tronco poté conservarsi per 3.500 anni perché in quella zona l’Elvo aveva tre e più rami.
Seguendo le piene stagionali cambiava il suo percorso, lasciando gli altri rami all’asciutto o con infiltrazioni d’acqua sotterranee.
E’ qui che è stato rinvenuto il tronco, probabilmente in origine trasportato da una piena e nascosto da successive piene o da interventi umani e preservato nei secoli dall’umidità del fango della torbiera.

Il tronco piroga dell’Elvo – Salussola 30/01/2007 – Abbiamo cercato di approfondire il contesto e le cause che hanno portato al ritrovamento della ” piroga dell’Elvo “.
Quando fu ritrovato il tronco, che fu scambiato per una piroga, non era il 1987 e nemmeno il 1990, era il 1991.
Fu rinvenuta da un ricercatore, e il luogo dove fu rinvenuto è l’attuale sponda orografica destra dell’Elvo, oltre il ponte ferroviario, in regione anticamente detta Giabi dalla cascina in luogo.
Negli anni del 1990 la regione Giabi, antico ramo dell’Elvo, fu interessata da escavazioni di ghiaia e sabbia.
Una strada sterrata per il servizio trasporto del pietrisco, fu costruita tra una sponda e l’altra dell’Elvo, è in questo contesto che è avvenuto il ritrovamento del reperto.
In quella zona, le mappe catastali settecentesche disegnano una biforcazione del torrente verso la parte ora detto ” Piano ” di Salussola e la zona centrale creata dai due rami è detta ” Isola “.
Viene da pensare, che il tronco potesse essere stato trasportato in quel luogo da una piena, ma che poteva essere anche un tronco di una quercia dell’ Isola abbattuta da un fulmine o da un incendio.
Oggi quella zona non sembra essere una torbiera, forse lo era prima della bonifica di inizio ottocento, di certo oggi è una zona misto sabbia e ghiaia, con infiltrazioni d’acqua.
Che fosse zona umida lo fa pensare il fatto, che dall’altro lato del torrente, c’è la regione e cascina Canepali, lavoratori della canapa, che veniva messa al macero nei ristagni d’acqua.
Le foto mostrano una parte del tronco ricoperto di muschio, quella parte usciva dal terreno in direzione nord.
L’altre parte, quella nascosta nel terreno, è incavata e annerita, probabilmente quella erosione ha tratto molti in inganno.

Le Notizie di Salussola sono solo su SalussolaNews

San Secondo dei Vittimuli

La pieve di San Secondo è considerata dagli storici la chiesa madre e la più antica di tutte le chiese del basso Biellese; risale al IV secolo, ai tempi di san Eusebio, vescovo di Vercelli.
Sorge nella valle di San Secondo, frazione di Salussola, in regione Porte, nel territorio dell’antica Vittimulo, sulla strada provinciale Salussola – Dorzano.
La Chiesa Cristiana, nei primi secoli prevedeva infatti un culto pubblico solamente ai Santi martiri e di preferenza nel luogo del loro martirio.
Oggi, dell’edificio originario, rimangono solo più le rovine del tracciato perimetrale, portate alla luce dagli scavi archeologici effettuati dalla Sovrintendenza della regione Piemonte nel 1953 e nel 1998.
Fu edificata sui luoghi del martirio di San Secondo, a cui la pieve è dedicata.
Con i secoli VIII e IX, in seguito alle guerre, ai saccheggi, alla distruzione del centro urbano di Vittimulo ed al conseguente spostamento degli abitanti nelle zone limitrofe – Cavaglià, Dorzano, Roppolo, Salussola e, più tardi, San Secondo, ebbe inizio la decadenza della pieve che si accentuò nei secoli successivi, fino alla totale rovina dell’edificio nel XVII secolo.
Verso la metà del XIII secolo i diritti plebani passarono alla chiesa di San Pietro di Cavaglià; nel 1286, ridotta a commenda, passò ai monaci di Gran San Bernardo di Vercelli che la tennero fino alla sua fine.
Nei secoli XIV – XV – XVI altre guerre, scorrerie e l’amministrazione da lontano, la portarono ad un completo degrado; essa fu demolita nel 1606 per ordine vescovile ed i materiali furono impiegati per la costruzione della chiesa parrocchiale di Salussola Monte.
In onore a San Secondo, pochi anni dopo, tra il 1619 e il 1636 venne edificato un oratorio, l’attuale chiesa parrocchiale della frazione San Secondo, nel nuovo centro abitato, sorto ai piedi della collina per motivi di sicurezza e di salubrità.
I più antichi documenti sono due lapidi sepolcrali: una del cristiano Vitale ( V-VI ), in seguito usata come copertura al sepolcro del Beato Pietro Levita, conservata attualmente presso il Museo Civico di Biella, donata dalla famiglia del cavaliere P. Torrione; l’altra, quella di Atamasio, è andata smarrita.
I primi documenti scritti che menzionano la pieve risalgono al X secolo: sono quattro elenchi delle pievi della diocesi di Vercelli.

Testo tratto da

” Il restauro degli antichi sentieri ” – La Pieve di San Secondo dei Vittimuli – ( testo integrale di una ricerca scolastica della Scuola Media Don Francesco Cabrio di Salussola edita e pubblicata a cura del Museo Laboratorio dell’Oro e della Pietra di Salussola ).