Così raccontò ai posteri Sergio Canuto Rosa ” Pittore “, colui che si salvò dalla fucilazione del 9 marzo 1945 a Salussola

Ci eravamo spostati verso il Monferrato per sfuggire a un rastrellamento, e stavamo rientrando alla base (n.dr. nel Biellese). Procedevamo guardinghi con un’ avanguardia per sicurezza. Attraversammo il Po nei pressi di Crescentino, abbiamo costeggiato il Canale Cavour per un bel tratto, inoltrandoci tra prati e boschi nella pianura. La lunga marcia nella notte umida (n.d.r. era tra il 28 febbraio e il 1° marzo) e gelida ci aveva prostrati, sentivamo il bisogno di trovare, oltre al riposo, un rifugio prima che sopraggiungesse la luce del giorno. Così decidemmo di fermarci in un cascinale della zona tra Bianzé e Livorno Ferraris  (n.dr. era la cascina Spinola nel Comune di Livorno Ferraris). Nell’interno si trovavano, oltre alle stalle e i fienili, le abitazioni dei contadini, i quali, pur non facendo obiezioni per la nostra intrusione, era in loro la comprensibile preoccupazione di avere ospiti uomini armati, in quei pericolosi momenti. D’altronde il nostro comportamento, più che corretto, stabiliva sempre un buon rapporto con la gente alla quale andavamo incontro. Il nostro distaccamento (n.d.r. lo Zoppis era un distaccamento della 109a brigata ) era composto di 33 uomini per lo più giovani, tutti con un’arma, disponevamo di un mitragliatore, mitra e fucili, faceva però difetto il munizionamento, ma non faceva difetto, nel nostro spirito combattivo, la determinazione di portare a buon fine la lotta  intrapresa per il raggiungimento dei nostri ideali la libertà, e un avvenire migliore. Trovammo da sistemarci, la maggior parte nelle stalle, io con altri 6 sul fienile. Era trascorso pochissimo tempo, forse appena 2 ore, che venivamo svegliati, di soprassalto, da raffiche di mitra che frantumavano alcune tegole sul tetto, sopra le nostre teste. Afferrate le armi per rispondere a quell’ improvviso attacco, ci siamo subito resi conto della gravità della nostra situazione. Eravamo circondati. Sentivo il vociare concitato di molte persone, lo scandire di ordini impartiti seccamente, gente che correva tutto intorno alla fattoria. Verso l’ingresso del cortile si intravedevano delle mitragliatrici, con dei soldati tedeschi. Ma quello che mi fece raggelare il sangue nelle vene, è stato vedere nell’aia sottostante i nostri compagni avanzare con le mani alzate, sospinti in avanti dai militi fascisti (n.d.r. repubblichini della Repubblica Sociale Italiana) con le armi spianate. Poi perentoria è stata l’intimazione da parte dei nostri nemici quella di arrenderci, altrimenti venivano subito fucilati quelli catturati. Sapevano che eravamo in 33, che eravamo noi in 7 sul fienile in grado di reagire, ma purtroppo senza più via di scampo. Inoltre sentivamo l’implorazione dei contadini di non sparare, di non provocare una strage; di fronte a noi dalle finestre di una delle abitazioni scorgevamo delle donne e bambini piangenti per lo spavento. Con me si trovavano il nostro comandante, il commissario e altri 4. Ci siamo guardati in faccia sconvolti, pur essendo da tempo determinati a vendere cara la pelle, e combattere fino all’ultimo sangue in caso di una possibile sorpresa e attacco. L’imprevista situazione ci bloccava. Qualunque nostra reazione avrebbe costituito un massacro purtroppo; conoscendo l’abituale spietatezza, nelle rappresaglie, da parte dei nazifascisti, e in quel tragico momento non ci siamo sentiti di essere responsabili, noi, della morte dei partigiani ormai inermi e dei civili presenti. Eravamo caduti in una trappola e si dovevano pagare le conseguenze, certamente siamo stato segnalati ai nostri nemici nell’ultimo percorso per giungere al cascinale. Da come si sono svolti i fatti, escludo che siano stati i contadini a segnalare la nostra presenza da loro, come era stato detto in quei tempi. Avrebbero certamente pagato a caro prezzo se ci fosse stata battaglia in quell’accerchiamento della loro fattoria. Infine, credo che i nostri aggressori siano riusciti a eludere la nostra sorveglianza neutralizzando la guardia, poiché d’abitudine i turni di guardia li avevamo sempre fatti, a meno che, proprio in quell’infausto mattino, ci fosse stato un malinteso per chi aveva il compito di stabilire la vigilanza, dato che per trovare posto (per dormire) ci eravamo divisi. La nostra prigionia durò 8 giorni, in parte a Tronzano Vercellese (n.d.r. qui c’era il comando fasci nazista) sotto la vigilanza di quelli che ci avevano catturati, cioè uomini del Battaglione Macerata e un reparto tedesco. Però la stessa sera 12 del nostro gruppo furono tradotti alle carceri Nuove di Torino (n.d.r. in qualche dichiarazione c’è scritto Vercelli), di questi 4 subirono la fucilazione alla frazione Garella di Buronzo assieme a 8 partigiani di Moscatelli, 2 ebbero la fortuna di essere inclusi in uno scambio di prigionieri e gli altri 6 restarono in carcere sempre alla Nuove di Torino, fino alla fine della guerra. Noi restammo in 21 a subire interrogatori a non finire, durante i quali ingiurie e percosse erano all’ordine del giorno. Io stesso fui tradotto in una stanza a parte, nell’edificio dove eravamo rinchiusi, alla presenza di ufficiali e soldati nazifascisti, venivo violentemente picchiato per le mie risposte piuttosto evasive, su quanto mi domandavano, e di essere stato poi riportato fra i miei compagni, svenuto per i colpi subiti. Al quarto giorno siamo stati trasferiti a Santhià in una caserma (n.d.r. ex caserma precedentemente occupata da truppe alpine), con due celle, dove siamo stati rinchiusi quasi a ridosso uno dell’altro, perché erano molto piccole. Fu qui che ricevemmo la visita di un prete. La sua presenza nelle nostre condizioni non faceva presagire nulla di buono. Ma non era l’ultimo conforto che ci portava il sacerdote. Ci comunicava che era stato inviato dai nostri amici, i quali facevano di tutto per trattare uno scambio, dato che proprio in quel periodo i partigiani disponevano di un forte numero di prigionieri nazifascisti. Inoltre consegnò a tutti noi un pacchetto di sigarette e una piccola somma, cinquecento lire. Questa consentì a noi di migliorare il nostro vitto, poiché ci fu consentito di farci portare da una vicina trattoria qualcosa da mangiare. I nostri carcerieri erano questa volta i militi della Monte Rosa, quelli dei contingenti addestrati in Germania, e da loro non subimmo maltrattamenti; un poco più confortati restammo ansiosi di conoscere quella che sarebbe stata la nostra sorte. Subentrava in noi una comprensibile speranza, sapevamo di altri scambi, già avvenuti, e sapere che dai nostri comandi c’era questo interessamento per noi era già consolante. Purtroppo questo non avvenne o non ci fu il tempo per le trattative, oppure come più probabile, a causare la rappresaglia su di noi furono uno scontro con morti e feriti, dove la peggio l’ebbero i nostri nemici proprio vicino a Biella (n.d.r. i 4 morti di Zimone). Nella notte dell’ 8 marzo vennero a prelevarci dei soldati tedeschi, dopo aver provveduto a legarci le mani dietro la schiena, fummo letteralmente buttati  sul cassone di un camion che faceva parte di una colonna di automezzi e di una autoblindo. Accennarono ad un o scambio,  senza dirci dove ci avrebbero portati, conoscevamo già quella che sarebbe stata la nostra sorte certamente, quella del cambio era la solita favola per tenerci calmi. Il tragitto non fu molto lungo, avevo intravisto che si passava su un ponte con tanti militari in attesa, (n.d.r. da Santhià a Salussola l’unico ponte da attraversare era il cavalca ferrovia della ex strada comunale per il Brianco) poi, dopo affrontata una salita venivamo scaricati in un posto che nessuno di noi pareva riconoscere. Di sfuggita potei notare parecchie abitazioni, una chiesa con un campanile aguzzo e un grosso caseggiato, forse il Municipio del paese. A farci scendere dal camion furono i fascisti che dopo averci messi in fila, tra ingiurie e percosse, ci hanno fatto entrare in uno stanzone a lato dell’edificio del Comune (n.d.r. era la sede politica locale del PNF). Il locale era fiocamente illuminato da una lampadina azzurrata, dato che vigevano le regole sull’oscuramento in quel tempo (n.d.r. per evitare bombardamenti aerei notturni). Sul pavimento della paglia lasciata certamente da un precedente bivacco (n.d.r. la notte prima qui via ha dormito la Montebello). Chiusi in quel locale fummo subito soggetti a un bestiale pestaggio, con colpi tali da frantumare le ossa, venivano usati i calci dei fucili e bastoni come clave, colpi micidiali si abbattevano sulle nostre povere membra, fra le urla strazianti di terrore di tutti noi. Dagli occhi di quegli aguzzini, iniettati di sangue, traspariva solo l’odio e la voglia di uccidere, era in atto la nostra totale eliminazione. Ricevetti anch’io un colpo sulla fronte, un colpo di striscio che mi procurò una ferita. Ricordo di essermi abbattuto al suolo strisciando sulla parete per sottrarmi a nuovi colpi. Sul mio viso sentivo colare il sangue, ma non potevo ripulirmi il volto poiché le mie mani, come per tutti gli altri, erano legate dietro il dorso. Sulle mie gambe crollarono 2 dei miei amici, senza dubbio colpiti in modo così grave, mortale da sentirli spegnersi a poco a poco in un rantolo. Inorridito assistetti  poi a delle orrende mutilazioni che non sto a descrivere, bruciature sulle carni con ferri roventi. Mi sentivo accapponare la pelle a quello strazio, pensarci che presto sarebbe toccato anche a me morire nel più spietato dei modi, ma mi pareva impossibile che l’odio e il livore verso una fazione nemica potesse giungere a tanto,  da trasformare creature umane in belve disposte a massacrare i propri simili. In quell’estremo momento, orami lo consideravo tale, non mi pareva giusto e inammissibile morire a 25 anni, con ancora tutta una vita davanti e senza nessuna colpa, se non quella di aver fatto una scelta per me certamente giusta. Da 5 anni ero in ballo per la guerra. Per 3 anni e mezzo ero stato militare negli alpini, poi dopo l’8 settembre (n.d.r. 8 settembre 1943 l’armistizio di Badoglio che divise l’Italia in due parti) tornai a casa per dare aiuto con i miei famigliari ai partigiani e ai renitenti alla leva sulla falda di Noveis (n.d.r. Alpe Noveis) in Valsessera. Possedendo un cascinale tra boschi e prati, in alto nella valle, ospitavamo i giovani, che disubbidendo al bando di chiamata della Repubblica Sociale Italiana (RSI), si preparavano a costituire le prime bande armate, i nuclei combattenti che col passar del tempo divennero brigate d’assalto, operanti in tante località di montagna e di pianura. Ma il rimpianto e i miei ricordi venivano ora interrotti in quella specie di agonia dell’improvviso ingresso di un graduato e alcuni militi, sull’esterno avevo scorto fermi in attesa altri armati con elmetto, lugubri nelle loro nere divise. Mi venne subito a pensare a un plotone di esecuzione pronto per la nostra fucilazione; credo proprio, che il massacro frettoloso avvenuto nella notte fosse opera di scalmanati, feroci assassini che non avevano avuto l’incarico della nostra esecuzione e si erano sfogati su di noi facendo scempio dei nostri corpi. Tra l’altro, presenti in quel posto, in quella notte, si trovavano  battaglioni di denominazioni diverse, provenienti da 2 regioni diverse, come seppi in seguito. Stava spuntando l’alba (n.d.r. era il 9 marzo), l’ora tragica per le esecuzioni, l’uomo che comandava il drappello mi parve sorpreso e seccato, e imprecando prese a muoversi tra cadaveri e moribondi, cercando persone ancora in vita. So di essere stato io stesso a cercare di alzarmi, dopo tutto quell’orrore desideravo solo che tutto finisse al più presto. Ero stato risparmiato fino ad allora per la mia faccia insanguinata, credo. Dai militi venni tirato in piedi, ero tutto rattrappito per il peso dei corpi dei miei compagni che mi avevano pesato sulle gambe per parecchio tempo. Poi venni letteralmente scaraventato fuori dal locale, percosso e afferrato subito dai soldati e trascinato per i piedi per un lungo tratto per una piazza piena di soldati e di automezzi. Ricevevo dei calci ogni tanto e ricordo di un ragazzino, in divisa di fascista, che afferrandomi per i capelli voleva sputarmi in faccia _ Hai finito di farci le imboscate vigliacco _ gridava e mi punzecchiava i fianchi con un pugnale. Poi raggiunto uno spiazzo erboso ( n.d.r. attuale piazza 9 marzo) dove c’era un camion con i fari accesi, che illuminavano un tratto di vecchio muro semi diroccato, venni rimesso in piedi e tenuto fermo per le braccia in attesa. Nonostante fossi ancora picchiato, vidi che stavano sopraggiungendo altri 2 o 3 partigiani che riconobbi, anch’essi trascinati sul suolo, ma perché non si reggevano più in piedi furono finiti a pugnalate. Ora toccava a me, pensai nel mio smarrimento e disperazione, mi auguravo solo di ricevere un colpo mortale senza più soffrire o torture. Sempre sotto la luce di quei fari, quegli scalmanati, a strattoni mi stavano togliendo il giubbotto che avevo indosso. Di conseguenza le corde che ancora mi cingevano le braccia si allentarono, e quando l’indumento mi fu tolto del tutto mi trovai improvvisamente con le mani libere. Fu in quel momento che mi sentii in corpo la volontà di reagire e di ribellarmi. Non accettare passivamente la mia imminente fine. So di aver colpito con un pugno il mio avversario più vicino, sottraendomi con balzo alla sua presa e portandomi fuori dalla luce dei fari, mentre a testa bassa mi cacciavo in mezzo al folto gruppo che mi attorniava cercando di non lasciarmi fermare. L’oscurità mi favoriva e grazie allo scompiglio e alla sorpresa dell’imprevista mia reazione riuscii a superare il gruppo dei miei nemici, e scorgendo la boscaglia vicina lanciarmi in quella direzione. Ma venni nuovamente raggiunto dai militi , e uno di loro balzandomi addosso, per cercare di fermarmi, rotolò  con me giù per un dirupo irto di arbusti e cespugli. E’ stato un gruppo di piante a fermarci, e nella lotta feroce per fortuna ebbi la meglio, poiché il mio avversario restò nella caduta semi incastrato fra due alberi, e riverso all’indietro con io sopra di lui. Ma dato che continuava a trattenermi con forza con un braccio sulla mia schiena, e intanto cercava di estrarre il pugnale dalla cintura invocando l’aiuto dei suoi camerati. Mi venne naturale di chiudergli la gola e colpirlo sul capo fino a che non sentii pi la sua stretta, e poi buttarmi  giù per il pendio. Alle mie spalle, intanto, erano scesi gli altri, che vista la mia fuga, nella mia direzione si accese subito una furiosa sparatoria, sentii esplodere alcune bombe a mano, che scoppiarono davanti e dietro di me senza colpirmi. Scendevo o meglio ruzzolavo verso un fiume che sentivo scorrere pi in basso. Ero finito in un bosco di acacie e procedevo a fatica sentendomi lacerare mani e gambe, tra quei rovi e spine. Inoltre mi sentivo il cuore in gola per l’affanno e l’emozione. Intanto erano diventati di minore intensità, fino a cessare gli spari dall’alto, segno evidente che avrebbero proceduto a catturarmi, o scendendo per il dirupo o cercandomi dal fondo della boscaglia. Per questo mi sentivo ancora braccato, e pensavo con terrore se venivo ripreso cosa mi avrebbero fatto prima di ammazzarmi. Era quasi giorno quando raggiunsi il fiume ( che poi seppi che si trattava dell’Elvo ), lo dovetti attraversare perché da questa sponda non potevo procedere per nessuna parte data l’irta vegetazione. Non c’era molta acqua, ma con i pochi vestiti ormai a brindelli, che ancora avevo indosso e per giunta bagnati, tremavo come una foglia per il freddo in quel sereno mattino ancora invernale. Di fronte avevo delle case, (n.d.r. borgata la Bastia e strada camionabile di Biella) una strada con del traffico di macchine. Non sapevo assolutamente dove mi potevo trovare, per questo forse, un poco inconsciamente, mi ero avvicinato alle abitazioni per essere informato su che direzione prendere. Constatavo che era un errore il mio, pur avanzando con circospezione, ed essendomi nascosto in una specie di frutteto, tra delle piante e mucchi di terriccio. Ben presto mi accorsi che era ancora attivamente ricercato, pattuglie di soldati correvano in ogni direzione perquisendo le case e perlustrando dappertutto. Più tardi non sentendo più i passi dei miei nemici intorno, un poco più calmo, e ripreso un poco di fiato, potevo riprendere la mia fuga costeggiando ancora il fiume, nella campagna ormai deserta. Lasciavo con un ultimo sguardo questo paese dal campanile aguzzo, che si ergeva in alto sulla pianura, un paese ancora sconosciuto dove si era consumata quella orribile tragedia con la morte dei miei compagni trucidati, e io ancora incredulo di essere sopravvissuto a questa tragedia. Quando ormai lontano ho visto sorgere il sole, sole che non credevo più di rivedere, camminando ormai sicuro per i boschi assaporando questa ritrovata libertà. Ho ritrovato la volontà di riprendere a vivere dato che il destino me lo aveva concesso. Un bravo contadino, incontrato per caso, mi ha potuto dare delle precise indicazioni dove potevo trovare i partigiani. A Sala Biellese infatti potei avere aiuto e soccorso dai componenti del comando della 75a Brigata Garibaldi “.

 

Commissario politico Pittore

Canuto Rosa Sergio

 

“ Potevo riconquistarmi un’arma, continuare la lotta fino alla liberazione come infatti avvenne. Tuttavia nonostante siano trascorsi moltissimi anni ho sempre nella mente e nel cuore il ricordo dei miei compagni trucidati in quella orribile notte a Salussola. Ed è in nome di loro che ho voluto raccontare dettagliatamente quanto avvenne in quel 9 marzo 1945 a un mese e mezzo dalla fine della guerra “.