Categoria: Alle Origini di Salussola

Salussola e le origini del suo borgo

 

Il toponimo Salussola ” Salutiolam ” compare per la prima volta in un Diploma dell’ 882 di Carlo III detto il Grosso, ritrovato dallo storico Carlo Cipolla, a favore della Chiesa Vercellese, dove erano elencati gli eredi del castello degli Ictimuli, cioè le due corti di Salussola e di Petrorio, l’odierna Parogno di Zubiena: ” ... curtes duas in castello victimolensi, Salutiolam et Petrorium “.
Vittimulo era stata distrutta tra l’VIII e il IX secolo.
Questo avvalora che all’epoca di Vittimulo, o Vittimula per altri, Salussola esisteva già, ed era interazione del ” Castellum Victimuli “, e se individuata come una delle due ” curtes “, fosse già di una qualche importanza.
Dopo qualche anno, troviamo ancora ” Saluciola ” scritta nel primo Diploma di Ottone III del 7 maggio 999 a riconferma delle precedenti donazioni imperiali alla Chiesa di Vercelli insieme al ” Castellum Victimuli “.
Salizola ” è ancora citata nel Diploma imperiale di Enrico II del 1014, trascritto durante la visita a Solingen del vescovo Leone di Vercelli tra il 1016-1017.
Ritroviamo ancora ” Saluciolam cum suis pertinenciis “, Salussola con le sue pertinenze, nel Diploma dei privilegi che Federico I detto Barbarossa, il 17 ottobre 1152, fece al vescovo di Vercelli Uguccione.
In questo Diploma non si fa accenno del Castello Victimuli e del Mons Victimuli, e questo ci fa presumere che gli ultimi abitanti, di quello che rimaneva di Vittimulo, siano andati ad abitare a Salussola o negli altri borghi vicini.
Il frate di San Germano V.se e storico Aurelio Corbellini (1562-1648), avanzò l’ipotesi che Salussola sia stata fabbricata con i resti delle rovine di Vittimulo.
Con un altro Diploma di Federico I Barbarossa del 1° marzo 1155, sono citati i “ Castri Puliatij e Saluzoliae “, che vengono tolti alla Chiesa Vercellese e donati ai fratelli conti Bonifacio e Giovanni di Biandrate.
Veniamo così a sapere che Puliaco e Salussola, l’una aveva un fortilizio e l’altra una fortificazione e una cinta murata.
Salussola e le sue pertinenze appartennero ancora della Chiesa Vercellese nel 1191 con le donazioni fatte da Enrico IV al vescovo Alberto Avogadro.
Altre testimonianze che citano Salussola, sono documenti del 1178 e 1190 conservati nell’Archivio del Capitolo di Vercelli e altri databili tra il 1182 e il 1185 nell’Archivio Arcivescovile di Vercelli.
Gli insiemi collinari dei Comuni di Salussola, Dorzano, Cerrione, Zubiena, Mongrando e la Bessa, in origine erano il ” Castellum Victimuli “, e la località che oggi è denominata Salussola Monte, ne era l’avamposto fortificato.
Con il termine ” Castellum “, che oggi tradotto significa castello, si intendeva l’insieme di ” curtes “, luoghi, fortificazioni, villaggi, campi, boschi, colline, fiumi, torrenti e tutto quello che essi contenevano, compreso gli animali e gli abitanti.
Il ” Montem Victimuli “, descritto in molti documenti, non era altro che una zona elevata nella regione del “ Castellum Victimuli “, e la sua collocazione in Salussola Monte o limitrofi non trova nessun supporto ducumentale.
Il luogo di Salussola Monte, fu scelto dai Romani dopo il 223, per la sua posizione strategica sulla pianura, a difesa del “ castrum victimuli “ che era poco distante, poiché al suo interno vi si custodiva e si commerciava l’oro ricavato dalle aurifodine della Bessa.
Lo storico Modena Bicchieri, affermò che nel castello di Salussola si conservava l’oro estratto dalle aurifodine della Bessa, che serviva per la paga ai soldati di guardia alle Alpi, e altresì affermò che l’avamposto dei Vittimuli fosse stato scelto durante l’occupazione dei Romani come avamposto ideale durante la guerra contro Annibale.
I ritrovamenti archeologici casuali o mirati non mentono, Salussola fu centro romano, lo attestano le lapidi, le iscrizioni e le tombe recuperate.
Di epoca romana è la vecchia strada che ancora oggi attraversa il borgo alto.
Lo stemma municipale del Comune, quello più antico, portava a grandi lettere, la scritta latina “ Oppidum Caesarianum Vulgo Salussolia “, che significa luogo fortificato dai soldati di Cesare.

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Perché il toponimo ” Salussola “

 

Le origini del nome Salussola sono incerte e talvolta avvolte dalla leggenda;  scrive Emanuele Sella: “… Sala ( il comune di Sala Biellese ) ad esempio, deriva dalla “ sala ” germanica, longobarda, franca o dalla radice del nome dei Salassi ?.
Salussola vuol dire piccola “ Sala ” o è prova etimologica che il Monte Vittimulo, se era qui, è dei Salassi ?…”
…  E’ c’è anche una leggenda comune che dice che in un’epoca non determinata, infierì una pestilenza, che agli occhi degli uomini apparve come un castigo di Dio.
Tra quella gente malvagia esisteva una giovane e pia fanciulla, e Dio volle dare a lei la sua predilezione.
Tutta la popolazione morì e “ sola ” rimase immune al contagio, conservando la sua “ salute ”.
Da qui, la leggenda popolare stabilì che da “ salus ” e da “ sola ” derivasse il nome di Salussola.
Lo scrittore biellese Carlo Masserano ha una diversa spiegazione; egli asserisce che il nome di Salussola deriva dai Celti – Saluvi.
Queste popolazioni che avevano scelto come residenza il luogo in prossimità del torrente Cervo, dove poi sorse Biella, adoravano il Sole, ed i boschi erano i luoghi del loro culto.
Per la ricchezza di boschi, fra i quali scorre il torrente Elvo, la plaga dove oggi sorge Salussola, sembrò loro come la più indicata per farne un “ luco ” sacro.
L’etimologia che si scande in “ Salii ” e “ sole ” non può lasciare dubbi di sorta – scrive il Masserano.
Invero “ sol ” è vocabolo celtico; con esso si esprimeva la divinità che adoravano i Salii e da esso fu denominato il bosco statogli consacrato…
Deve dunque Salussola la sua origine al “ luco ” consacrato dai Salii al Sole…”
Onde Salussola.

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Prelle e le origini del sua borgata

 

Prelle è una borgata rurale che si trova ubicata nel Comune di Salussola, e sorge in una tranquilla vallata sulle pendici delle dorsali minori della collina morenica della Serra, ed è circondata da fitti boschi e terrazzamenti coltivati a vigna.
Conta poche case ed un esiguo numero di abitanti, che sono solo una decina tra quelli che vi abitano stanzialmente, e quelli che usano la casa per il fine settimana.
I fondatori di questo immenso cascinale dovevano essere una numerosa famiglia patriarcale, forse i Bosco, a quanto è dato a sapere dai più longevi abitanti del posto.
Questa è una terra collinare boschiva, con risorgive e polle d’acqua, con prati e vigne che danno un corposo rosso ” di Prelle ” e in parte minima un più famoso Erbaluce.
Le primitive genti sono rimaste molto isolate, e vivevano solo di quello che la terra dava loro.
La prima vera via d’accesso, l’attuale strada provinciale Salussola Zimone, è solo dei primi decenni del 1900, prima c’erano solo dei sentieri come quello del Mazzucco, l’antica strada per Zimone, la strada della Piscia e la strada della Vigna Merla, che ancora oggi attraversano il borgo.
La strada del Mazzucco era la vecchia strada medievale, che partendo dalla cinta muraria del borgo di Salussola si addentrava tra i boschi, proseguiva per Cerrione e collegava i cascinali di Riunci, Lajasso, Montalbrino, Cibolla e Carengo.
Tra i vecchi edifici del borgo spiccano le stalle e i fienili, ammirevoli costruzioni con delle forme architettoniche, che noi profani siamo usi vedere solo nelle vecchie dimore padronali.
Quella era la vera ricchezza della povera gente, che costruiva le stalle come fossero delle dimore.
La strada che l’attraversa ha ancora il fondo in ciottolato e due piccole rue che danno su altri cortili interni.
I due cortili, hanno ognuno una fonte, dove l’acqua scorre incessante, e ognuno un’ effige di una Madonna dai contorni incerti e dai colori sbiaditi dal tempo.
L’una è l’effige della Madonna d’Oropa e l’altra è la Madonna del Carmine.
Un vecchio abitante racconta che in tempi passati, quando il tempo volgeva al brutto e prometteva la grandine, le donne si soffermavano a pregare davanti a quell’effige.
Se si volge lo sguardo verso l’alto, qui dove il nuovo non ha ancora preso piede, è ancora possibile vedere semplici balconi di legno, dove i contadini mettevano ad essiccare le pannocchie e le granaglie.

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Arro e le origini del suo borgo

 

Arro è una località di indiscussa origine romana, se non addirittura celtica, lo possono dimostrare il ritrovamento di un’antichissima stele, dedicata ad Aticia, ed altri reperti archeologici trovati nei dintorni dei cascinali di Gorei e di Mezzo.
Un’antichissima mappa indica la zona, all’interno di una folta foresta, con il toponimo di ” Ara “, forse riferito a un luogo con un’ara sacrificale dedicata al dio Apollo.
Lo steso territorio è anche ricordato in numerosi testi ottocenteschi, che descrivendo sommariamente il Brianco, indirettamente citano anche Arro ” … perrochè il vetusto ponte in sull’Elvo, che vi scorre da presso a tramontana, collegava verso greco l’estremità di essa regione con luoghetto di Ara, ora denominato Aro
Il toponimo ” Arro ” è probabile che derivi da Ara, che in alcuni documenti è citato come Aro ed in altri Arr.
Il testo cita anche un ponte, di sicuro qui c’era un guado, la strada, probabilmente, portava a Santa Maria del Brianco, adesso Comune di Cavaglià, dove si tenevano, nel medioevo, fino a due mercati annuali.
Forse anche qui come a Puliaco, furono i frati benedettini i primi che portarono il Cristianesimo e il disboscamento per poter coltivare la terra, e forse furono loro i primi a scoprire le peculiarità di questa terra, adatta alla coltivazione risicola.
Lo fecero anche in altre realtà, e perché non qui.
Nel tardo medioevo il paese vicino di San Damiano, che in antico si chiamava Elvo, è stato per decenni un priorato benedettino dell’abbazia di Fruttuaria; ma nei documenti non abbiamo trovato relazioni con Arro.
La conferma delle supposizioni si troverranno solo negli anni del 1980, con il rinvenimento casuale, durante lavori di sterro di un campo coltivato a riso, di antiche vestigia di forma absidata, e dopo qualche anno nella stessa zona, di un pozzo cisterna d’acqua.
Il rinvenimento è collocato non lontano dall’attuale abitato, e nemmeno dalla chiesa medievale, le cui fondamenta furono riportate casualmente alla luce nel 2007.
Non abbiamo trovato documentazioni che attestino della presenza benedettina in questi luoghi, ma la voce popolare, ancora oggi ne cita la passata presenza.
Alla fine del 1700, il catasto di Salussola descrive di beni posseduti dai conventi di Vercelli e di Biella, in regioni oggi identificabili con le giurisdizioni parrocchiali di Arro e di Vigellio, e all’interno dell’odierno abitato di Arro, c’è un cascinale che porta il toponimo di ” Cascina Convento “.
Durante alcuni scavi archeologici, effettuati verso l’Elvo a San Damiano, sono emerse tracce di una strada che tendeva verso Arro, forse c’era un collegamento o una sinergia tra le due comunità.
La storia di Arro seguì le alterne vicende di Salussola dal 12 agosto 1376, perché prima bisogna collocarla con Puliaco ed il vassallaggio degli Avogadro di Collobiano e le vicende del castello di Massazza.

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Chiappara e le origini della sua borgata

 

Chiappara è un borgo rurale di antica formazione sorto alle porte del castrum di Vittimulo/a, e faceva parte integrante del Castellum, ( in antichità con il termine castellum si intendeva tutto quello che conteneva un territorio; abitanti, villaggi, insediamenti, monti, colline, pianure, campi, fiumi, boschi, animali, castrum … ecc. ).
Alcuni storici hanno asserito che in questa zona, sia nato san Pietro Levita, e che i Bulgaro, gli antichi valvassori dei vescovi conte di Vercelli, che dominavano su Vittimulo prima, e su Salussola dopo, avessero un loro palazzo.
Questa tesi, è in parte avvalorata dal fatto che nel 540, data presunta della nascita del santo, la zona abitata del cantone Casazza di Salussola Monte, dove una leggenda popolare ne colloca i natali, non esistesse ancora, perché Salussola, oltre il perimetro del castrum romano, si sviluppò solo dopo il secoli VIII e IX, in seguito al saccheggio ed all’incendio del Castrum Victimulae.
Di quel periodo storico non ci sono notizie di come si chiamasse questo borgo.
Qui a Chiappara, attraverso scritti riportati, si riferisce del ritrovamento di sepolture ad inumazione con copertura di pietra o tegole di terracotta.
In alcuni documenti degli anni del 1400, appaiono i primi identificativi di Chiappara, riferiti al nome di persona che abitava a Chiappara, o che aveva come cognome Chiappara.
Il cognome Chiappara appare sui registri parrocchiali di nascita, matrimonio e morte già prima degli anni 1600, quindi è da presupporre che il borgo, come in tante altre realtà, abbia preso il nome dai suoi maggiori residenti, magari la patriarcale famiglia Chiappara.
Senza dubbio sono contadine le origini di questo borgo, così com’è delimitato da un lato da declivi collinari, e dall’ altro da una piccola pianura, subito interrotta da una dorsale collinare che separa l’attuale Salussola da Chiappara e San Secondo.
Zona privilegiata alla coltivazione di vite e frutta sui declivi collinari e granaglie e prati sulla parte pianeggiante.
Il borgo, forse anticamente era sotto la protezione di san Giuseppe, come se ne intravede ancora una sbiadita scritta civica.
Contava di un forno comune per la panificazione del pane, un torchio, oramai scomparsi, e di alcuni pozzi artesiani.
Le abitazioni sono le tipiche case di formazione contadina, l’una addossata all’altra, una stanza al piano terreno e l’altra al piano superiore, e attigua la stalla con sopra il fienile.
Alcune di queste abitazioni sono tuttora visibili, e hanno mantenuto la struttura quasi originaria.
All’inizio del borgo, confinante con la strada provinciale Salussola — Dorzano si erge un’abitazione, che dalle sue caratteristiche originarie potrebbero risalire a una dimora signorile.
La strada che costeggia il borgo, ora ridotta a un sentiero interpoderale verso il borgo di Campasso e della Cascina Rana, sulla mappa catastale della zona è chiamata strada della Serra, ed era l’antica via del sale.

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La Bastìa e le origini della sua borgata

 

Il sistema difensivo della Comunità di Salussola, ai tempi dei liberi comuni, qui aveva una propria casamatta fortificata, detta bastìa, che in seguito e per causa di essa prese il toponimo odierno di Bastìa.
Quello che resta del basamento di questa costruzione è ancora identificabile, inglobato in una costruzione abitativa privata, ora dismessa, laterale all’odierna Via Vigellio, ed in prossimità dell’incrocio tra Via Mafferia e Via Rivette.
La conformazione idrogeologica era diversa da quella odierna, il torrente Elvo era diviso in tre rami, che nei secoli di rotte e piene aveva formato regioni denominate ” isolone de la Bastìa “, ” isola ” e ” isoletta “.
” L’isola de la Bastìa “, oggi, dopo le modifiche apportate al corso dell’Elvo nei primi anni del 1800, è riconducibile alle regioni Mafferia, Rivette e Blengo.
Tra il nuovo viadotto stradale e l’ex Consorzio Agrario, l’Elvo aveva creato un bacino d’acqua, e fino ai primi decenni del 1800 c’era una chiatta, con pedaggio, che traghettava animali, merci e persone.
Poco oltre, dove si era formata ” l’isola “, tra l’odierno ponte ferroviario ed il campo da calcio, c’era un altro ponte di assi di legno, che venivano sostituite dopo ogni piena, e veniva chiamato il ” ponte degli Aunei ” ( Aunei nell’antica lingua Piemontese significa ” ontani ” ).
In epoca basso e tardo medievale, da la Bastìa si dipartivano le strade per Biella, Verrone, Puliaco e Massazza.
L’oratorio del suo cantone, edificato ai limiti del borgo fortificato di Salussola, sotto il titolo di san Rocco di Montpellier, ha origini votive risalenti al XVI secolo.
La popolazione di Salussola nutrì sempre una gran venerazione verso san Rocco, e non poche volte ricorse al suo patrocinio durante le pestilenze.
La pala d’altare, conservata al suo interno, con molta probabilità è stata finanziata dalla Comunità di Salussola in quanto, oltre a raffigurare san Rocco ai piedi della Madonna, dalla parte opposta c’è san Pietro Levita, l’altro Santo taumaturgo del paese.
E’ situato non lontano dalla sponda orografica sinistra del torrente Elvo, e tra la ex strada regionale 143 Vercellese e la strada provinciale 312 Salussola – Verrone.
Quando fu eretto, la zona era posta oltre il limite del borgo di Salussola, lungo la strada regia Biella – Torino, l’odierno tratto iniziale di Via Vigellio e Via Rivette.
Gli oratori titolati a san Rocco venivano tutti edificati ai limiti di un borgo e mai al suo centro; lo scopo era quello di impedirne l’ingresso alle pestilenze.
L’oratorio ebbe anche un cappellano per la Messa domenicale ed una casa per ospitarlo.
L’oratorio aveva delle rendite ed il cappellano era stipendiato dai residenti; ma nel 1748, con l’erezione a parrocchia di Vigellio, l’oratorio fu accorpato alla nuova realtà.

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San Secondo e le origini del suo borgo

 

L’attuale borgo di San Secondo, che nel toponimo ricalca il nome di un soldato della Legione Tebea, che il vulgo popolare, solo dopo la morte, lo chiamò Secondo, forse perché fu il secondo per numero ad essere ucciso, ha origine dalla distruzione di Vittimulo.
Tra l’VIII e il IX secolo avenne la presa della città di Vittimulo, orde barbariche più aguerrite e numerose della guarnigione romana, che presenziava la difesa della città, assalirono le mura e le bruciarono, insieme ai palazzi ed alle case.
Fu la fine di Vittimulo, sorto come villaggio di minatori liguri e celti qual’era, chiamati gli Ictimuli, che successivamente venne facilmente assogettato alla dominazione romana, che si impadronì delle riserve auree e schiavizzò i suoi abitanti minatori.
La popolazione, che non incontrò la morte fuggì, andando a stabilirsi dove esisteva un piccolo villaggio o un cascinale sparso, e molti si rifugiarono a ridosso dell’avamposto fortificato dei Vittimuli, l’attuale castello forticato, da dove prese origine dell’attuale borgo di Salussola.
Gli altri si rifugiarono nell’odierna Dorzano, altri nell’odierna Chiappara ed altri ancora nell’odierna San Secondo, che come Chiappara era formata solo da alcuni cascinali.

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Vigellio e le origini del suo borgo

 

L’abitato di Vigellio, Vigelio o Vigilio in alcune vecchie mappe catastali, non risale ad epoche molto antiche: le sue origini sono da collegarsi con la distruzione di Puliaco, sede dall’antica pieve di san Pellegrino, villaggio poco distante, oggi collocabile all’interno del triangolo di cascina Murazze, San Lorenzo ed Aunei Grosso.
Dopo le devastazioni causate dalle guerre tra Guelfi e Ghibellini, Puliaco fu abbandonata dagli abitanti e la stessa pieve trasportata, nel 1413, nella chiesa di santa Maria di Salussola.
E mentre, per i villaggi di San Lorenzo di Puliaco e di San Giovanni di Private tutto finì con le suddette distruzioni, Puliaco ed Arro furono invece ricostruite nelle vicinanze.
Arro mantenne la sua antica denominazione, mentre Puliaco fu ribattezzato col nome di Vigelio, forse dal nome della località terriera o della regione in cui sorse.
La distanza dalla chiesa di san Pellegrino e dal villaggio di Puliaco da quella dell’oratorio di san Bartolomeo e di Vigellio, e la mancanza totale di documenti che provino l’esistenza di Vigellio prima dell’abbandono di Puliaco, sono una conferma che quest’ultimo sia sorto poco lontano dalle rovine di Puliaco, e ne sia la sua continuazione.
Del resto se l’abitato di Vigellio fosse esistito già nel secolo XIV, sarebbe andato distrutto nelle dette guerre di Puliaco, ma non c’è riscontro nei documenti.
Nei primi secoli di vita doveva essere un agglomerato con alcune case, con alcuni cascinali sparsi nella pianura, che nel 1606 formava una comunità di 25 famiglie e di poco più di un centinaio di persone.
Anche il suo oratorio dedicato a san Bartolomeo, non sembra abbia origini anteriori al secolo XVI.

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Una poesia per Salussola

 

Fra il piano e i monti, ai piedi del Biellese, dove l’aratro inchinasi alla spola, qui dove un giorno la dea febbre accese le sue faci, biancheggia Salussola.

Biancheggia; e dalle torri, dalle chiese, dal verde stramo che l’autunno invola, par che guati laggiù l’ampie distese perdentesi in vapor d’oro e viola …

L’ampie distese delle mie risaie, dove di notte gracida la rana, barbara poetessa, e via per le aie.

Piene di foglie e di pagliuzze d’oro ancor si leva e palpita lontana l’eco solenne dell’ uman lavoro.

Dal sagrato discende il camposanto verso l’Elvo che scorre silenzioso …
Sorge la casa del Comune accanto, del Comune d’Italia glorioso.

Questa è la pace che ho sognato tanto, il silenzio d’un nido ermo e nascoso in un romito e solitario incanto di verde, di dolcezza e di riposo!

Il sol d’autunno strappa una scintilla all’estate e risveglia orti ed aiuole, risveglia i cuori e illumina le cose,

Biancheggiano lassù le ville ascose in mezzo ai monti, e limpida sfavilla l’argentea vetta del Monrosa al sole “.

autore ignoto