Categoria: Vittimulo/a

E’ l’ultima pieve titolata a san Secondo Martire?

 

I ruderi di un’antica costruzione sono visilbili in elevato, in mezzo ad un campo laterale di Via Roppolo, con due lati contigui di una struttura a pianta rettangolare dalle misure di circa mt. 19,80 x mt. 10, costruita in ciottoli e blocchetti lapidei alletati in malta, con sporadica presenza di laterizi romani.
All’interno, si trova un muro in ciottoli dall’altezza di circa cm. 160/200 addossato alla parete di nord est e non in fase con il resto della struttura.
Secondo alcuni, la cui funzione non è mai stata ben definita, sarebbe di un edificio costruito ” alla romana “.
Secondo altri si tratterebbe di un edificio medievale costruito su un precedente edificio romano, cui apparterrebbe il muro interno in ciottoli.
Secondo me si tratta di un edificio medievale, che sfrutta alcune delle preesistenti strutture romane, e l’identificazione con un edificio religioso è suggerito dal toponimo locale ” Gesiùna “, che alcuni residenti collocano in un altro sito, da me identificato come la primitiva chiesa di san Pietro diacono.
Questo edificio chiesa, sotto il titolo di san Secondo martire, pur avendo perso i diritti plebani, è stato riedificato, inglobando parti di un edificio romano, in età tardo medievale.
Ricostruito in considerazione dell’altra pieve di san Secondo martire, quella ricostruita dopo la distruzione di Vittimulo dell’VIII-IX secolo, che venne distrutta durante le guerre che si combatterono a Salussola le fazioni guelfe e ghibelline.
Negli anni del 1950, sul lato nord est dell’edificio, una porta, successivamente chiusa da pietrami, che ancora si possono notare addossati alla parte inferiore della costruzione, immetteva, a mezzo di alcuni gradini, in un enorme locale sotterraneo riconducibile alla superfice dell’area superiore.
L’area di calpestìo soprastante, ricoperto di macerie e ruderi della struttura stessa e dalla vegetazione, non è altro che il piano del pavimento dell’edifico, e da quanto riferitomi in loco, il pavimento è a mosaico.
Durante uno degli ultimi interventi di deforestazione del rudere, è emerso che il muro in ciottoli, addossato alla parete nord est, dall’interno, ha evidenti aperture con l’impronta di travi, riconducibili al tetto dello stabile, e tratti di muro intonacati.
Tagliata la vegetazione sul muro di nord ovest, sono emerse aperture molto simili a piccole finestre e tratti intonacati come l’altra parete, e i colori dell’intonaco sono riconducibili a un’epoca tra il 1400-1500.
Il nome Gesiùna, come viene chiamata in loco da alcuni, condurrebbe al suo utilizzo, e questo edificio potrebbe essere stato l’ultimo dedicato al culto di san Secondo martire dopo che perse la pievania e diventare una chiesa campestre.
Le ultime notizie, di una chiesa sotto il titolo di san Secondo si hanno con la Visita Pastorale del 1570, mentre nell’altra del 1606, la chiesa era ridotta a un cumulo di macerie e si ordinava di demolirla completamente.
Nel 1619 il pievano di Salussola annotava: ” Nel istesso finagio vi si trova una chiesa del S.to Secondo con le muraglie solamente tutta ruinata “.
I monaci del Gran San Bernardo, con sede monastica a Vercelli, a cui era stata affidata fin dal 1286, la tennero fin verso il 1640.
E’ solo nel 1786 che si hanno ancora notizie di questa chiesa, dopo questa data non se ne parlerà più; in suo favore si levò una voce di difesa, quella del prevosto di Salussola don Pietro Antonio Mazzucchetti, che in data 14 aprile deplorava come Giovanni Zanotto avesse “ atterrato parte delle muraglie ancor esistenti della chiesa di S. Secondo e di escavarne buona parte di detto sito, con quali atterramento ed escavazione aveva ritratto diverse lapidi di marmo e di pietra lavorata di riguardo e di considerevole valore,delle quali già esso Giovanni Zanotto in gran parte avendo fatto distratto, altra parte fatta trasportare alla di lui casa in questo luogo, cantone di S. Secondo, ed altra ancora esistente sul luogo di detta chiesa distrutta e siti sacri “.

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La seconda pieve di san Secondo martire è la ricostruzione o l’ampliamento della prima

 

I resti della prima pieve che sono giunti fino a noi, denotano un edificio di piccolissime dimensioni, non corrispondente alle necessità della popolazione dell’antica Vittimulo.
Le chiese erano proporzionate alle necessità del luogo.
Delmo Lebole nella sua Storia della Chiesa Biellese, scriveva che si poteva scavare nelle adiacenze della prima pieve, poiché il terreno intorno lasciava intravedere altri tracciati di muri più ampie.
Con probabilità, si trattava di una ricostruzione della chiesa paleocristiana avvenuta dopo le distruzioni dell’VIII-IX secolo.
E non trovando tracce di battistero, potrebbe essere accaduto che questi venisse inglobato nella nuova ricostruzione.
I contadini affermarono che nei campi vicini trovarono delle tombe, forse il cimitero della pieve.
Questi resti devono quindi risalire all’epoca della sua ricostruzione.
Solo anni dopo, i resti di muri che il Lebole descriveva, si sono rivelati essere la ricostruzione della prima pieve, ossia il suo ampliamento.
La decadenza materiale portò anche a quella religiosa, e dovette essere questo il tempo in cui diverse rettorie, appartenenti alla pieve di san Secondo, passarono sotto la giurisdizione della pieve di san Pellegrino di Puliaco.
Le rettorie che dipendevano dalla pieve di san Secondo si riscontrano nell’elenco delle chiese Vercellesi del XIII secolo; quali san Lorenzo di Dorzano, san Pietro di Cavaglià, san Pietro di Cagliano (ora Calliano di Cavaglià), santa Maria di Babilone di Cavaglià, san Michele di Roppolo e di san Lorenzo di Pavarano (Roppolo).
Dopo il 1000 questa decadenza si accentuò e verso la metà del secolo XIII i diritti plebani della pieve di San Secondo passarono alla chiesa di San Pietro di Cavaglià, che fu eretta a pieve.
San Secondo, anche dopo il passaggio della giurisdizione plebana a Cavaglià, mantenne ancora il titolo di pieve fino al XVI secolo, ma come titolo onorifico.
Gli elenchi delle chiese Vercellesi del 1298 e del 1410 riportano ancora « Plebs Sancti Secondi », ma tassata per un importo inferiore delle rettorie che una volta le erano soggette.
Il colpo di grazia alla chiesa di san Secondo giunse nei secoli XIV – XV – XVI con le numerose lotte, tra cui la guerra di Salussola del 1312, durante la quale andarono distrutti tutti i villaggi intorno alla pieve di san Pellegrino, e la stessa pieve perse la sua funzionalità plebana, il resto lo fecero le scorrerie di Facino Cane.

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San Secondo dei Vittimuli

La pieve di San Secondo è considerata dagli storici la chiesa madre e la più antica di tutte le chiese del basso Biellese; risale al IV secolo, ai tempi di san Eusebio, vescovo di Vercelli.
Sorge nella valle di San Secondo, frazione di Salussola, in regione Porte, nel territorio dell’antica Vittimulo, sulla strada provinciale Salussola – Dorzano.
La Chiesa Cristiana, nei primi secoli prevedeva infatti un culto pubblico solamente ai Santi martiri e di preferenza nel luogo del loro martirio.
Oggi, dell’edificio originario, rimangono solo più le rovine del tracciato perimetrale, portate alla luce dagli scavi archeologici effettuati dalla Sovrintendenza della regione Piemonte nel 1953 e nel 1998.
Fu edificata sui luoghi del martirio di San Secondo, a cui la pieve è dedicata.
Con i secoli VIII e IX, in seguito alle guerre, ai saccheggi, alla distruzione del centro urbano di Vittimulo ed al conseguente spostamento degli abitanti nelle zone limitrofe – Cavaglià, Dorzano, Roppolo, Salussola e, più tardi, San Secondo, ebbe inizio la decadenza della pieve che si accentuò nei secoli successivi, fino alla totale rovina dell’edificio nel XVII secolo.
Verso la metà del XIII secolo i diritti plebani passarono alla chiesa di San Pietro di Cavaglià; nel 1286, ridotta a commenda, passò ai monaci di Gran San Bernardo di Vercelli che la tennero fino alla sua fine.
Nei secoli XIV – XV – XVI altre guerre, scorrerie e l’amministrazione da lontano, la portarono ad un completo degrado; essa fu demolita nel 1606 per ordine vescovile ed i materiali furono impiegati per la costruzione della chiesa parrocchiale di Salussola Monte.
In onore a San Secondo, pochi anni dopo, tra il 1619 e il 1636 venne edificato un oratorio, l’attuale chiesa parrocchiale della frazione San Secondo, nel nuovo centro abitato, sorto ai piedi della collina per motivi di sicurezza e di salubrità.
I più antichi documenti sono due lapidi sepolcrali: una del cristiano Vitale ( V-VI ), in seguito usata come copertura al sepolcro del Beato Pietro Levita, conservata attualmente presso il Museo Civico di Biella, donata dalla famiglia del cavaliere P. Torrione; l’altra, quella di Atamasio, è andata smarrita.
I primi documenti scritti che menzionano la pieve risalgono al X secolo: sono quattro elenchi delle pievi della diocesi di Vercelli.

Testo tratto da

” Il restauro degli antichi sentieri ” – La Pieve di San Secondo dei Vittimuli – ( testo integrale di una ricerca scolastica della Scuola Media Don Francesco Cabrio di Salussola edita e pubblicata a cura del Museo Laboratorio dell’Oro e della Pietra di Salussola ).

Ritrovamenti di tombe romane a Vittimulo e preromane ovunque

 

Le tombe etrusche – Nel corso del 1800 la cronaca riporta del ritrovamento in Salussola di tombe etrusche.
Non è nota la località del ritrovamento e nemmeno quali reperti siano stati rinvenuti.

Le tombe della proprietà Gastaldetti – Verso la fine del 1800, all’interno della proprietà dei fratelli Gastaldetti, collocabile in Via Duca d’Aosta, confinante con l’area delle fortificazioni del castello recinto di Salussola, si rinvennero due tombe di età romana tardo imperiale contenenti tre scheletri.

Il sarcofago del castello – Nel 1932 nell’area delle fortificazioni del castello recinto di Salussola, fu rinvenuto un sarcofago in pietra di età imperiale dalle misure di mt. 1 mt. x mt. 2,20, con loculo interno di mt. 0,68 x mt.1,90.
Il manufatto fu scalpellato al bordo e al fondo per utilizzarlo come vasca.
Secondo quanto scritto dallo storico Donna, il sarcofago fu collocato sulla sommità della collina dal proprietario del castello geometra Antonio Bocca.
Nel 1936 si riferisce del rinvenimento occasionale di due tombe con scheletri del periodo alto impero.
Dalla descrizione pervenuta, si ricava trattarsi di tombe a cassa laterizia, con pareti in mattoni e copertura in embrici (cm. 42 x cm.55).
Il ritrovamento è localizzabile nella parta alta del castello, presso i resti della torre medievale della cortina.
Il sarcofago del castello si trova nell’ex piazza d’armi, attualmente prato, dell’area del mastio.

Le tombe di regione Torre – Nel 1934, durante i lavori di aratura all’interno di una vigna di regione Torre, collocabile tra Via Martiri della Libertà e Via don Francesco Cabrio, furono rinvenute alcune tombe di età romana tardo imperiale, con copertura capuccina.
Con probabilità si trattava di sepolture ad inumazione in cassa laterizia.

Le tombe di regione Fraschea – Circa l’anno 1979, in prossimità della Cascina San Jore, verso il confine con il Comune di Dorzano, durante i lavori agricoli di uno spianamento di un dosso, si distrussero alcune tombe ad inumazione, ma due di queste furono risparmiate.
Le tombe erano orientate a nord-est-sud-ovest, erano a cassa trapezoidale, in mattoni e ciottoli alternati, posti in opera a secco; la copertura era di lastre di pietra.
Per tipologia erano databili all’alto Medio Evo.
Non è risultata la presenza di corredi funebri.

Le tombe di località Chiappara – Non si conosce la data, ma attraverso scritti riportati, si riferisce del ritrovamento in località Chiappara di sepolture ad inumazione con copertura di pietra o tegole di terracotta.

Le tombe della proprietà Zanotto – Nel 1932 si ha notizia del ritrovamento, all’interno della proprietà Zanotto, in frazione San Secondo, di due tombe di età romana tardo imperiale.

Le tombe della Cascina di Mezzo – Si riferisce del rinvenimento, non è saputo in che maniera, di alcune tombe presso la Cascina di Mezzo di frazione Arro.
La data del ritrovamento sembra che sia anteriore di quella di Cascina Gorei (23 marzo 1930).
In base ai pochi elementi raccolti, si può affermare che si trattava di tombe ad inumazione in cassa laterizia di età romana tardo imperiale.

La necropoli di Cascina Gorei – Il 23 marzo 1930, avvenne un’importante scoperta che andò a rafforzare la storia archeologica locale Salussolese.
Alla Cascina Gorei di Arro, allora di proprietà Baldi, fu rinvenuta una necropoli composta da una decina di tombe pagane, riconducibili alla prima romanizzazione del luogo.
Era una necropoli ad incinerazione, con le urne allineate tra loro ed orientate est-ovest.
Una di queste urne era inserita in una cassa laterizia, gli altri casi si trattava di incinerazione diretta.
Le tombe contenevano coltelli Gallo Romani, chiodi, fusaiole, e numerosi cocci di vasi e lucerne del I° secolo.
La scoperta, avvenuta per caso durante lavori di sterro e scavo di un fosso, è seguente ai ritrovamenti avvenuti qualche anno prima alla Cascina di Mezzo.

Le tombe di Vigellio – Alcune tombe di età romana tardo imperiale, furono rinvenute in frazione Vigellio, sembra che la zona sia quella tra la regione Murazzi/e e la ferrovia Biella – Santhià.
Erano delle tombe dalla copertura in lastre di pietra o in tegole di terracotta.
Si trattava di tombe ad inumazione in cassa laterizia.

La necropoli di Cascina San Giuseppe – Nel 1936 furono rinvenute in frazione Secondo, all’interno della Cascina San Giuseppe di proprietà Ravera, alcune tombe a cassa di forma rettangolare, costruite in ciottoli legati con malta.
Lungo i lati maggiori c’erano tre colonnine, ognuna delle quali era costituita da tre mattoni rotondi aventi un diametro di cm. 18 e uno spessore di cm. 11.
Le funzioni erano quelle di sostegno della copertura fatta di embrici e mattoni.
Nel 1953, sempre all’interno della stessa proprietà, furono rinvenute altre tomba, una di esse era a pianta trapezoidale a cassa laterizia con fondo e copertura in lastre di pietra.
La tomba era orientata a Nord-Ovest Sud-Est, con testa a Nord-Ovest, e aveva le misure di cm. 190 x cm. 50.
Per il tipo di tumulazione, la tomba è databile tra il VII-VIII secolo.
Accanto a questa tomba, ma al di sotto di una pavimentazione in cocciopesto, vennero rinvenute altre sepolture più antiche, ma molto rovinate.
Emersero urne in frammento, forse cinerarie, una lucerna e un sesterzio di Antonino Pio.
Nel 1972, a poca distanza, durante gli scavi condotti dagli archeologi storici Scarzella, si individuarono numerose tombe in muratura molto rovinate dalle arature, due delle quali furono riperte.
Nel loro interno vennero trovati dei resti di ossa umane, frammenti di ceramica e vetro e un filo di rame che doveva essere la parte di un monile.
Le casse erano di forma rettangolare, costruite in pietrame rappreso di malta e misuravano cm. 170 x cm. 60.
La copertura era in mattoni ed embrici, sostenuta da colonnine laterizie costituite da mattoni rotondi, dal diametro di cm. 20 e dallo spessore di cm. 11.
Si trattava della stessa tipologia di tomba rinvenuta nel 1936.
Distante tre metri, verso la direzione est, e a una profondità di circa 50 cm., fu rinvenuta una terza tomba in cassa laterizia.
La tomba era lunga cm. 178, era di mattoni, con copertura piana sempre di mattoni.
All’interno c’era uno scheletro adagiato sul fianco destro, con gambe ripiegate, risalente a una donna di 18- 20 anni.
Le analisi al C14 hanno permesso di stabilire una data compresa tra il 440 e il 640.

Negli anni del 1970 gli Scarzella, durante gli scavi di uno scolo, nei dintorni di regione Murassi, inserita tra le strutture murarie rinvenneo una tomba quasi intatta, e i resti di altre sepolture furono individuate nella zona circostante.
Questo rende probabile l’esistenza di una necropoli in uso in un periodo posteriore all’edificazione delle strutture.

Il sarcogofago di Aurelia Campana – Il 14 gennaio 1849, nella regione Porte di frazione San Secondo, non lontano dal territorio di Dorzano, fu rinvenuto un sarcofago di granito, con iscrizione in tabula ansata, dalle misure di cm. 234 x cm. 88, e un’altezza di cm. 61.
L’iscrizione era dedicata ad Aurelia Campana dal coniuge AURELIUS EUTYCHIANUS, probabilmente un liberto dal cognome grecanico.
Il sarcofago fu portato alla Cà Bianca, proprietari erano gli Avogadro di Casanova, e lì rimanè per venire usato come abbeveratoio fino al 1879.
Da quella data lo troviamo al Museo Bruzza e dopo al Museo Leone.
Ora il sarcofago di regione Porte si trova al Museo Leone di Vercelli.

Un sarcofago come vasca battesimale – All’interno della pieve di Santa Maria Assunta di Salussola, un sarcofago fu usato come vasca battesimale fin dal 1413, anno di erezione a parrocchia della chiesa.
Non più utilizzato sin dai primi anni del 1700, è ancora oggi in bella vista all’interno della chiesa stessa.

Un sarcofago come vasca del burnèl – La vasca che raccoglie l’acqua della fontana pubblica, il ” burnèl ” del borgo storico Monte, è un sarcofago adattato allo scopo.
E’ stato collocato in quella posizione successivamente alla posa del bacile agli inizi del 1800.
Il sarcofago si trova in Piazza Cesare Nani nel borgo di Salussola.

Altri sarcofagi sono stati collocati, a modo di vasca raccogli acqua, in case private.

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Le strutture abitative di Vittimulo

 

Il canale di scolo di regione Murassi – Negli anni 1940 e 1950 nei pressi della cascina San Giuseppe, in frazione San Secondo di Salussola, furono individuate varie strutture riferibili a differenti fasi costruttive.
Durante gli scavi emerse uno strato, tra i 20 e i 30 cm., di bruciato, tanto da far supporre che gli edifici siano stati distrutti da un incendio.
Da questi è derivata poi la tesi che Vittimulo sia stata assediata, presa e incendiata.
In prossimità delle strutture, furono rinvenuti alcuni frammenti ceramici di età romana e altri con motivi geometrici, realizzati con tessere bianche e nere,
Nel 1952, numerosi sondaggi effettuati sotto la dirigenza del soprintendente Carlo Carducci, portarono alla identificazione di strutture di età romana, riferite dallo scavatore ad una ” città di qualche importanza “.
Tra queste si ricorda un canale di scarico, dalla larghezza di 70 cm. per un’altezza di 1,26 metri, situato ad una profondità di un metro, con copertura in lastre di pietra e fondo di mattoni.
Gli interstizi tra le lastre di copertura erano sigillati da pietre più piccole, e i mattoni al fondo erano sagomati i relazione alla curvatura del condotto, disposti in maniera tale che i giunti non si trovassero sullo stesso allineamento.
Secondo quanto riferito dallo storico e presbitero Delmo Lebole, in connessione con il condotto si trovarono frammenti di sigillato, frammenti vitrei e una moneta in bronzo non leggibile.
Su una delle lastre lapidee di copertura fu trovata una moneta di Domiziano.
Lo scavo del canale venne ripreso negli anni del 1970 dagli Scarzella, che lo evidenziarono per una lunghezza di 140 metri.
Il tratto più lungo si estendeva in direzione nord ovest verso la collina, e fu seguito fino alla strada campestre costeggiante, verso ovest, la regione Murassi.
Il secondo tratto, con ampia curva quasi ad angolo retto, si inoltrava fino al piano della strada provinciale in direzione di Dorzano.
Il canale aveva delle misure costanti, ed era in pendenza da ovest verso est.
Per la pendenza e l’allineamento si suppose che il condotto proseguisse ad est della regione Mercato e arrivasse nella piana, dove si trovano i resti della pieve di San Secondo.
Qui, sono stati trovati altri due tratti di canali e molte lastre di pietra analoghe a quelle utilizzate come copertura del condotto in regione Murassi.
Durante questo intervento furono ritrovati dei materiali quali mattoni, tegole, piastrelle e frammenti quali anfore, orcioli, boccali, pentole, piatti, scodelle, chiodi e frammenti di lamine e vitrei e due tessere musive.

Altre strutture abitative di regione Murassi – Sempre negli anni del 1970, gli archeologi storici Scarzella effettuarono una serie di sondaggi nella parte ovest di regione Murassi, antistanti la cascina San Giuseppe.
Qui individuarono dei basamenti di muri in pietra e un tratto di pavimento in calce con piccoli sassi e frammenti laterizi, cui ancora aderivano piastrelle frammentarie di terracotta rossa.
Dall’altra parte della cascina, in un campo separato da una carrareccia, furono evidenziate le fondamenta in pietra e calce di un edificio di grandi dimensioni.
Non si rinvenne traccia di pavimento, ma si rinvennero due frammenti di mosaico di pietre chiare.
Nelle immediate vicinanze si trovarono anche una moneta di Antonino Pio, una lucerna e i resti di una conduttura laterizia che proseguiva verso ovest, in direzione del cimitero di San Secondo.

La struttura absidata – Nel novembre del 1994 furono realizzati due sondaggi in frazione San Secondo nelle vicinanze della strada Salussola Dorzano, a sud della cascina San Giuseppe.
Il primo sondaggio ha individuato una struttura in ciottoli larga 55 cm. e orientata a est ovest; ai lati è stato evidenziato uno strato di crollo in pietre e frammenti laterizi.
Il secondo sondaggio era situato a circa 60 metri a nord ovest del precedente.
Si è individuata una struttura absidata, scandita esternamente da due lesene e orientata nord sud che, per orientamento e caratteristiche della muratura, è in relazione con la struttura del sondaggio precedente.
La muratura, conservata per un alzato di 30 cm., testimonia corsi di tegole ad alette disposte di piatto e di frammenti di mattone disposti a spina di pesce.
La tipologia architettonica della struttura e l’opera muraria dell’elevato suggeriscono una datazione al tardo impero.
Non è esclusa una qualche connessione con le strutture e il condotto evidenziati negli anni 1950.

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I lapidei di Vittimulo e quello di Arro

 

L’ara sacrificale – Nel 1928, don Bonardi, un sacerdote che aiutava don Severino Mosca nella conduzione pastorale della parrocchia di Salussola matrice, rinvenne nel cortile di casa Cornale, in Via Canonico Salza, un’ara di marmo grigiastra di fattura romana imperiale.
L’ara aveva le misure di cm. 72 di altezza x cm. 60 di larghezza e uno spessore di cm. 32; delle quattro facce, due erano quasi lisce, e le altre due in rilievo.
In una di queste si vede nettamente scolpito un cacciatore che impugna l’arco per la caccia, e nell’altra il medesimo che brucia la preda sopra il fuoco acceso su di un piedistallo.
Il reperto in precedenza era inglobato nel muro della casa di Giovanni Borsetti, ora collocabile tra Piazza Cesare Nani e Via Sorelle Bona, che con molta probabilità proveniva da un rinvenimento all’interno delle proprietà terriere che la famiglia Borsetti aveva in regione Chiappara e Facciabella, ma nessuno se n’era mai interessato.

Il cippo di Arro – Negli anni del 1920 in frazione Arro, fu scoperto un paracarro, collocato presso la casa di Francesco Spina, nel centro del paese lungo la strada provinciale Arro – San Damiano.
La pietra, utilizzata come paracarro, era di tipo fluviale con iscrizione di età romana.
Il cippo a forma troncoconica era di pietra color verdastro scuro alto cm. 77 e largo alla base cm. 50 per uno spessore di cm. 37, con un’iscrizione : « ATICIA PF SECUNDA » in parte cancellata dalle ingiurie dei secoli, degli uomini e dei carri.

Il capitello a stampella – Negli anni del 1930 in un muro esterno dell’abside della pieve di Santa Maria Assunta, fu recuperato un capitello a stampella con un’iscrizione.
Il capitello, probabilmente ricavato da un cippo romano, aveva le misure di cm. 47 di altezza x cm. 24 di larghezza e dallo spessore di cm. 20.
Il capitello a stampella si trova al Museo del Territorio di Biella.

La lapide del ponderario – In regione Porte di frazione San Secondo, vicino al confine con il Comune di Dorzano, il 14 gennaio 1819 fu rinvenuta una lapide che fu detta ” del ponderario “.
Si trattava di una lapide bianca dalle misure di cm. 167 x cm. 55, composta in 16 pezzi combacianti.
L’iscrizione della lapide ” T. SEXTIUS SECUN “, apparteneva alla tribù Voltinia che, dopo aver ricoperto importanti incarichi ad Ivrea, fece erigere a proprie spese un ” ponderarium “, cioè un edificio dentro al quale venivano conservati i campioni di misura.
In seguito al ritrovamento, la lapide fu utilizzata come soglia della farmacia di Dorzano, perchè il farmacista Lorenzo Bertodo, era il padrone del campo in cui fu rinvenuta.
Intorno alla metà del 1800, la lapide fu portata all’Università di Torino, dove prima venne ospitata vicino allo scalone, e poi al Museo di Antichità di Torino.
Secondo quanto scritto dal Bruzza nel 1843, il campo in cui fu rinvenuta la lapide ” era ancora ripieno di frammenti di varie specie di marmi “.
Gli Scarzella, nel 1975, riferiscono che la lapide venne rinvenuta su di una collinetta coltivata a viti, e che di un vicino pavimento, ancora visibile a lati della vigna una decina di anni prima, rimanevano solamente dei calcinacci e dei frammenti di piastrelle di terracotta.
La lapide si trova al Museo di Antichità di Torino.

Il bassorilievo con il toro sacrificato a Giove – Verso la fine del 1700 in regione Porte, ma nel Comune di Dorzano, fu ritrovato un bassorilievo in marmo bianco raffigurante il sacrificio di un toro al dio Giove, compiuto da magistrati municipali.
La datazione di questo reperto è di età traianea di metà del II secolo d.C..
Il bassorilievo con il toro sacrificato si trova al Museo Leone di Vercelli.

Nel 1843 erano visibili in regione Porte due frammenti di marmo su cui erano leggibili i nomi di ” LIBERATA E MODESTA “.

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San Secondo martirizzato a Vittimulo

 

In passato fu creduto che san Secondo fosse stato martirizzato a Ventimiglia.
E’ vero che a Ventimiglia si conserva ancora il cranio del Santo ed è venerato come protettore principale della città; ma l’avere in luogo le reliquie di un Santo non è una prova sufficiente per stabilire che in esso sia avvenuto il suo martirio.
Anzi, tale reliquia pervenne a Ventimiglia solo nel secolo X.
Il martirio di san Secondo non va posto nell’attuale Liguria, ma in quella parte dell’antico paese dei Liguri, che comprendeva anche il Vercellese e il Biellese e precisamente a Vittimulo(a).
E’ questa l’opinione manifestata e difesa da monsignor Ferraris, all’inizio del secolo XVII, basandosi su documenti medievali degli archivi della Chiesa Vercellese.
Monsignor Ferraris pone il martirio del nostro santo « apud Victimulum montem, haud procul Caesariano oppido juxta Grajarum radices » e prova quanto afferma.
Si ha anche in nostro favore il paese verso cui era diretta la legione tebea: la Gallia transalpina, probabilmente la Svizzera, come lascia supporre il martirio dell’intera legione ad Agauno.
Se gli scritti non possono fornire una certezza assoluta, esiste però a Vittimulo e nei dintorni una devozione a san Secondo che risale a pochi decenni dopo il suo martirio.
L’attesta l’erezione della più antica pieve Biellese, sorta all’epoca di sant’Eusebio nell’antico Vittimulo in onore del nostro Santo.
San Secondo fu nativo di Tebe o della provincia tebana in Egitto, venne in Italia come uno dei capi della legione tebea e di cui san Maurizio fu il comandante generale.
La storia ci dice che la legione tebea fu trucidata ad Agauno nella Svizzera (odierno St. Maurice, Vallese), per non avere voluto partecipare ad un sacrificio idolatrico imposto dall’imperatore romano Massimo Erculeo, prima di muovere guerra ai Bagaudii, contadini che si erano ribellati a Roma nelle Gallie.
E’ da tutti ammesso che san Secondo fu ucciso prima dell’intera legione, « ante beatum Mauritium et ceteros post vincula et carceres ».
Rinaldi nei suoi Annali dice “ prima che l’esercito andasse oltre i monti ”, come pure il Baronio, « antequam Alpes superasset romanus exercitus ».
Sappiamo quindi che san Secondo apparteneva alla legione tebea, la quale da Vercelli dovette transitare da Vittimulo, prima di proseguire lungo la Via Francisca per Ivrea e Aosta fino ad Agauno.
La prima tappa dopo Vercelli dovette effettuarsi a Vittimulo, perché a passo di marcia, difficilmente l’esercito avrebbe potuto raggiungere in un giorno Ivrea.
A Vittimulo vi doveva sicuramente esistere uno di quei tanti posti rifornimento di viveri e di sosta per la notte, fondati e disseminati da Augusto in tutto l’Impero Romano, chiamati comunemente “ mutationes-mansiones ”.
san Secondo non vi giunse però come uno dei comandanti, ma in catene, per aver osato professare apertamente la propria fede.
Scadeva anzi il quel giorno, narrano le sue “ Passio ”, il tempo concessogli per ravvedersi; ma il suo credo in Cristo non venne meno e la sua testa cadde sotto la spada del boia.
Il Cristianesimo riceveva in quel giorno il suo battesimo di sangue anche nel Biellese: esempio per i soldati-cristiani tebei e probabilmente anche per la piccola comunità cristiana di Vittimulo, che raccolse le spoglie del martire e le conservò come una reliquia.
Dopo la pace di Costantino, le deposero in una piccola chiesa, eretta in onore del Santo sul luogo stesso del suo martirio e che pochi decenni dopo fu elevata alla dignità di pieve, la prima dell’intero Biellese.
Dal secolo IV ai secoli VIII – IX , i resti di san Secondo restano a Vittimulo.
Testi liturgici della diocesi Vercellese, annoverano san Secondo di Vittimulo, tra i Santi diocesani nelle ufficiature e nei calendari locali, intorno all’anno 1000.
In un lezionario della prima metà del secolo X, la festa del Santo è collocata al 28 d’agosto.
Con la scomparsa delle reliquie da Vittimulo, anche il culto del Santo nella diocesi Vercellese a poco a poco si attenuò fino a scomparire, e già nel Breviario Vercellese del 1504, non si fa più alcun cenno alla festa di san Secondo.
Dai secoli VIII – IX, dalla distruzione di Vittimulo, al 906, il corpo è conservato nell’abbazia di Novalesa.
Difficile è piuttosto conoscere come il corpo del nostro Martire sia giunto alla Novalesa.
Le guerre dei secoli VIII – IX, distruggendo Vittimulo, dovettero distruggere anche la chiesa, era perciò indecoroso che il corpo fosse travolto dalle macerie della stessa chiesa in cui era conservato.
Dovette essere quello il tempo in cui il corpo di san Secondo, lasciò Vittimulo per trovare una nuova tomba presso i monaci dell’abbazia di Novalesa.
Se poi teniamo presente l’importanza di Vittimulo, lungo il percorso della Via Francisca e quella ancora maggiore del monastero della Novalesa, che fin dalle origini assicurava il trasporto delle truppe lungo una delle principali vie delle Alpi e poteva trasformarsi in fortezza militare, si può prospettare l’ipotesi che il corpo di san Secondo sia stato donato all’abbazia, quale bottino di guerra, da qualche esercito che partecipò alla distruzione di Vittimulo.
Nel 906, per sfuggire all’invasione Saracena, il corpo venne trasportato a Torino nel monastero di sant’Andrea, dipendente, con la chiesa omonima, dalla Novalesa.
Essendo i monaci, con l’abate Danniverto, fuggiti a Torino per sottrarsi all’invasione Saracena, il corpo di san Secondo fu trasportato in questa città insieme con altre reliquie di Santi e molti codici antichi.
A Torino, i monaci furono dapprima ospitati nella chiesa dei Santi Andrea e Clemente, che si trovava fuori le mura nei pressi della Porta Segusina e più tardi, all’epoca dell’Abate Belegrino, in quella di sant’Andrea, attuale Santuario della Consolata.
Verso il 990 il capo è riportato alla Novalesa, i monaci ritornarono all’antico monastero, ma il corpo di san Secondo rimase a Torino, dove ancora oggi è conservato in un altare del Duomo di san Giovanni Battista e dove il Santo divenne compatrono della città.
E sempre nel 990 la reliquia del capo è donata al Vescovo Panteio di Ventimiglia e trasportata in quella città, dove ancora oggi è venerata e conservata nella Cattedrale.
La sacra reliquia fu donata al Vescovo Panteio, che allora si trovava a Susa in qualità di legato apostolico per una questione riguardante la chiesa di Santa Maria, come attestato di gratitudine per avere egli riconsacrato i vari altari delle cappelle minori, esistenti ancora oggi attorno all’abbazia, profanate dai Saraceni.
Ventimiglia, nel 1505 eresse un altare nella cattedrale stessa in onore di san Secondo e nel 1579, infierendo una terribile pestilenza, la città si votò al Santo e fu liberata dal flagello.
Il Comune, riconoscente, decretò nel 1602 una festa annuale da celebrarsi il 26 d’agosto, fu in quest’occasione che San Secondo fu proclamato patrono di Ventimiglia.
Dopo la peste del 1630, san Secondo fu proclamato compatrono della città di Torino e nel 1657 si eresse anche una Confraternita sotto il suo titolo.
La chiesa di san Secondo, presso la Dora, che i Torinesi avevano eretto all’epoca della presenza dell’intero corpo del Santo nella loro città, nella prima metà del secolo XI fu ridotta in rovina dai Saraceni.
Furono sicuramente il culto delle reliquie di san Secondo e i pellegrinaggi alla sua tomba dei paesi limitrofi a far scomparire il toponimo civile di Vittimulo, che fu sostituito col toponimo sacro di san Secondo.
Gli elenchi delle pievi Vercellesi dei secoli X – XII non ricordano già più Vittimulo, ma riportano semplicemente « Plebs Sancti Secondi ».
Lo stesso caso occorse anche a Santhià (santa Agata), San Germano Vercellese e in parte anche nella vicina pieve di Puliaco.
Quest’ultima, nel Codice Vaticano 4322 è indicata col solo nome del Santo titolare « Sanctus Peregrinus », mentre più tardi riaffiora dalle carte il toponimo celto-gallico di « Puliacum ».
San Secondo divenne patrono contro le pestilenze, come san Rocco, san Fabiano, san Sebastiano e san Carlo.
Che questo sia avvenuto anche nel Biellese, potrebbe lasciarlo supporre la presenza di un affresco votivo, rappresentante appunto san Secondo, scoperto, restaurato e conservato nella chiesa di san Rocco di Mezzana, eseguito nel 1526 da Daniele De Bosis di Novara.
Non si può spiegare la presenza della figura di questo santo a Mezzana, assai lontano da Salussola, senza supporre che all’inizio del secolo XVI in tale località san Secondo avesse una particolare devozione.

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Frammenti e Materiali sporadici antichi ritrovati ovunque

 

La medaglia del Brianco – Verso la metà del 1800, in una zona non conosciuta di regione Brianco, fu trovata una medaglia d’argento con la scritta ROMA, la figura della lupa e l’iscrizione SALVUS TORANIUS AULE.

La macina di regione Murassi – Nel 1933 in regione Murassi, presso la frazione di San Secondo, furono recuperati numerosi fittili e oggetti vari, in gran parte distrutti o dispersi, e una macina da grano in pietra di età imperiale.
La macina aveva un diametro di cm. 150 e uno spessore di cm. 50.

La lucerna di San Secondo – Nel 1927 in una zona non ben identificata di frazione San Secondo, furono individuati un’anfora contenente una lucerna ancora integra, e frammenti ceramici di terra sigillata.

I frammenti del Lago Marinella – Nel 1995, nei dintorni del lago Marinella, sempre nell’area di frazione San Secondo, il Centro Archeologico Biellese raccolse del matariale affiorante in un campo appena arato.
Il materiale comprendeva alcuni frammenti ceramici di età romana, un frammento di lucerna, frammenti di ceramica invetriata e una pietra focaia.

Le tegole romane del castello – All’interno delle fortificazioni del castello recinto di Salussola, vennero rinvenute alcune tegole romane con impresso il numero VIII.
Il marchio VIII potrebbe riferirsi al numero della Legione VIII Augusta, creata da Cesare, che prese parte alla guerra di Gallia.

Il condotto laterizio – Nell’estate del 2007, durante i lavori di sistemazione della rete fognaria, in Piazza Cesare Nani, nel centro storico di Salussolo, fu recuperato un condotto laterizio dalle misure di cm. 57 x cm. 13 di diametro, con del cocciopesto alle estremità.
Trattasi di un reperto di età medievale, quale componente delle condotte dell’acquedotto del borgo.
Il condotto laterizio si trova nel Museo dell’Oro e della Pietra di Salussola.

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La prima pieve paleocristiana del Biellese era a Vittimulo

 

La pieve di san Secondo sorse nel territorio dei Vittimuli, che fino al 1348 era nel territorio di Salussola, e solo dopo quella data, a causa della divisione territoriale imposta dai Visconti, tra Salussola e Dorzano, fu assegnata al Comune di Dorzano, in una delle zone più ricche di storia e di reperti archeologici del Biellese.
Essa fu in assoluto la prima pieve del Biellese, e fu edificata sul luogo del martirio del soldato tebeo Secondo.
La sua erezione è collocabile ai tempi di sant’ Eusebio, tra il 345 e il 371 d. C., ancora prima della pieve di santo Stefano di Biella.
I documenti più antichi della pieve di san Secondo sono le due lapidi che un tempo si trovavano nella chiesa monastica di san Pietro Levita.
Risalgono ai secoli V – VI e servivano in origine da pietre sepolcrali a due cristiani, uno di nome Anastasio e l’altro Vitale.
La prima, purtroppo, è andata smarrita, mentre la seconda di pietra bianca si trova attualmente al Museo del Territorio di Biella.
Quest’ultima servì poi da copertura al sepolcro di san Pietro Levita, quando nel secolo X fu trasportato da Vittimulo nella nuova chiesa, eretta in suo onore a Salussola, a mezza collina, successivamente divenuta chiesa dei benedettini, quali custodi del corpo.
Non è quindi improbabile che con il corpo del Santo, abbiano raccolto tra le rovine di Vittimulo e trasportato a Salussola anche queste lapidi.
La prima lapide si trovava appesa alla facciata della chiesa di san Pietro Levita, la sua esistenza è ricordata e attestata dagli Atti del 1782 riguardanti la traslazione del corpo di san Pietro da questa chiesa alla parrocchiale di Salussola.
Per trovare un documento scritto, che ricordi la chiesa plebana di san Secondo, dobbiamo risalire al X secolo.
Sono quattro gli elenchi delle pievi della diocesi di Vercelli dei secoli X- XII, il più importante e antico dei quali è quello conservato dal Codice Vaticano 4322.
Vittimulo era senz’altro il centro più importante dell’ « ager vercellensis » e quando l’organizzazione plebana si espanse dalla città alla periferia, fu certo uno dei primi, se non il primo, a beneficiare di questo privilegio.
Nel secolo VII, il corpo di san Pietro Levita fu trasportato da Roma a Vittimulo, e anche questo sta a testimoniare l’importanza religiosa raggiunta da questa pieve.
Le guerre dei secoli VIII – IX, portarono alla distruzione dell’intero abitato di Vittimulo, non escluse le sue chiese.
Il saccheggio e la distruzione di Vittimulo portò l’abbandono degli abitanti, i quali andarono ad incrementare i villaggi vicini.
La chiesa di san Secondo martire fu certamente ricostruita per conservare i diritti plebani.
Gli scavi effettuati nel 1953 per conto della Soprintenza di Torino, portarono in luce un piccolo edificio a pianta rettangolare, orientato est – ovest, con muri dallo spessore di metri 1,10, che alla luce odierna potremo definire la primitiva chiesa, quella che contenne le spoglie di san Secondo.
I muri, ad ” opus incertum ” inglobanti in grande quantità materiali romani di reimpiego, si riferivano ad un edificio molto piccolo, tanto che qualcuno avanzò l’idea che si trattasse del battistero, che pure doveva esistere anche a Vittimulo, com’era usanza presso le antiche pievi.
Ma nessun elemento ritrovato lasciò pensare ad un edificio battesimale.
Sul lato ovest, all’esterno dell’edificio si rinvennero un gradino in pietra, non in situ, e la soglia.
I due blocchi lapidei, in origine di pertinenza di un altro edificio, furono asportati nel 1972.
Il sondaggio compiuto all’interno dell’edificio permise di identificare frammenti di pietra ollare e ossa umane non più in connessione, pertinenti a tombe terragne sconvolte dalle arature.

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