San Secondo Martire fra tradizione e storia
⫸ San Secondo Martire, fra tradizione e storia – In passato si riteneva che san Secondo fosse stato martirizzato a Ventimiglia. Sebbene a Ventimiglia si conservi ancora il suo cranio e il Santo sia venerato come protettore principale della città, il possesso di reliquie insigni non costituisce prova sufficiente del luogo del martirio, tanto più che tale reliquia giunse a Ventimiglia solo nel X secolo. Il martirio di san Secondo non va collocato nell’attuale Liguria, bensì in quella parte dell’antico paese dei Liguri che comprendeva anche il Vercellese e il Biellese, precisamente a Vittimulo. Questa è l’opinione sostenuta da monsignor Ferraris all’inizio del XVII secolo, basandosi su documenti medievali degli archivi della Chiesa Vercellese. Monsignor Ferraris colloca il martirio del Santo “apud Victimulum montem, haud procul Caesariano oppido juxta Grajarum radices“, fornendo prove a sostegno della sua tesi. A favore di questa ipotesi concorre anche la destinazione della legione tebea: la Gallia transalpina, probabilmente la Svizzera, come suggerisce il martirio dell’intera legione ad Agauno. Se gli scritti non offrono certezza assoluta, una devozione a san Secondo a Vittimulo e dintorni, risalente a pochi decenni dopo il suo martirio, è attestata dall’erezione della più antica pieve biellese, sorta all’epoca di sant’Eusebio nell’antica Vittimulo in onore del Santo. Inoltre, verso l’anno mille, sulla sommità dei rilievi della Serra sorse una seconda chiesa in onore del Santo, ancora oggi visibile nel monumentale san Secondo nel Comune di Magnano. Si ritiene che san Secondo, nativo di Tebe o della provincia tebana in Egitto, giunse a Roma come uno dei capi della legione tebea, comandata da san Maurizio. La legione tebea fu trucidata ad Agauno (odierno St. Maurice, Vallese) per essersi rifiutata di partecipare a un sacrificio idolatrico imposto dall’imperatore romano Massimiano Ercole, prima di muovere guerra ai Bagaudii. È universalmente ammesso che san Secondo fu ucciso prima dell’intera legione, “ante beatum Mauritium et ceteros post vincula et carceres“. Rinaldi negli Annali e Baronio concordano affermando che ciò avvenne “prima che l’esercito andasse oltre i monti” o “antequam Alpes superasset romanus exercitus“. Sappiamo quindi che san Secondo apparteneva alla legione tebea, la quale, partendo da Vercelli, dovette transitare per Vittimulo prima di proseguire lungo la Via Francisca verso Ivrea e Aosta, fino ad Agauno. La prima tappa dopo Vercelli doveva necessariamente essere Vittimulo, poiché l’esercito non avrebbe potuto raggiungere Ivrea in un solo giorno di marcia. A Vittimulo esisteva sicuramente uno dei numerosi punti di rifornimento e sosta notturna, le “mutationes-mansiones“, fondati e disseminati da Augusto in tutto l’Impero Romano. San Secondo non vi giunse però come uno dei comandanti, ma in catene, per aver professato apertamente la sua fede. Il giorno stesso, come narrano le sue “Passio“, scadeva il tempo concessogli per ravvedersi; ma il suo credo in Cristo non vacillò e la sua testa cadde sotto la spada del boia. Il Cristianesimo ricevette in quel giorno il suo battesimo di sangue anche nel Biellese, diventando esempio per i soldati-cristiani tebei e probabilmente anche per la piccola comunità cristiana di Vittimulo, che raccolse le spoglie del martire e le conservò come reliquia. Dopo la pace di Costantino, le spoglie furono deposte in una piccola chiesa, eretta sul luogo stesso del martirio in onore del Santo, che pochi decenni dopo fu elevata alla dignità di pieve, la prima dell’intero Biellese. Dal IV al VIII-IX secolo, i resti di san Secondo rimasero a Vittimulo. Testi liturgici della diocesi vercellese, risalenti intorno all’anno 1000, annoverano san Secondo di Vittimulo tra i santi diocesani nelle officiature e nei calendari locali. In un lezionario della prima metà del X secolo, la festa del Santo era collocata il 28 agosto. Con la scomparsa delle reliquie da Vittimulo, anche il culto del Santo nella diocesi vercellese si attenuò gradualmente fino a scomparire; già nel Breviario Vercellese del 1504 non vi era più alcun cenno alla festa. Dall’VIII-IX secolo, dopo la distruzione di Vittimulo, fino al 906, il corpo fu conservato nell’abbazia di Novalesa. È difficile stabilire con precisione come il corpo del martire sia giunto alla Novalesa. Le guerre dell’VIII-IX secolo, distruggendo Vittimulo, dovettero distruggere anche la chiesa, rendendo indecoroso che il corpo rimanesse tra le macerie. Fu in quel periodo che il corpo di san Secondo lasciò Vittimulo per trovare una nuova sepoltura presso i monaci dell’abbazia di Novalesa. Considerando l’importanza di Vittimulo lungo la Via Francisca e quella ancora maggiore del monastero della Novalesa, che fin dalle origini garantiva il trasporto delle truppe lungo una delle principali vie alpine e poteva trasformarsi in fortezza militare, si può ipotizzare che il corpo di san Secondo sia stato donato all’abbazia come bottino di guerra da qualche esercito che partecipò alla distruzione di Vittimulo. Nel 906, per sfuggire all’invasione Saracena, il corpo fu trasportato a Torino nel monastero di sant’Andrea, dipendente, con la chiesa omonima, dalla Novalesa. I monaci, con l’abate Danniverto, fuggiti a Torino per sottrarsi all’invasione Saracena, portarono con sé il corpo di san Secondo insieme ad altre reliquie di Santi e numerosi codici antichi. A Torino, i monaci furono inizialmente ospitati nella chiesa dei santi Andrea e Clemente, situata fuori le mura nei pressi della Porta Segusina, e successivamente, all’epoca dell’abate Belegrino, in quella di sant’Andrea, l’attuale Santuario della Consolata. Tornati tempi più tranquilli, verso il 990 il cranio fu riportato alla Novalesa, e i monaci tornarono all’antico monastero, ma il corpo di san Secondo rimase a Torino, dove ancora oggi è conservato in un altare del duomo di San Giovanni Battista e dove il Santo divenne compatrono della città. Sempre nel 990, la reliquia del cranio fu donata al vescovo Panteio di Ventimiglia e trasportata in quella città, dove ancora oggi è venerata e conservata nella cattedrale. La sacra reliquia fu donata al vescovo Panteio, che si trovava a Susa in qualità di legato apostolico per una questione riguardante la chiesa di santa Maria, come segno di gratitudine per aver riconsacrato i vari altari delle cappelle minori, ancora esistenti attorno all’abbazia, profanate dai Saraceni. Nel 1505, Ventimiglia eresse un altare nella cattedrale in onore di san Secondo e nel 1579, durante una terribile pestilenza, la città si votò al Santo e fu liberata dal flagello. Il Comune, riconoscente, decretò nel 1602 una festa annuale da celebrarsi il 26 agosto, occasione in cui san Secondo fu proclamato patrono di Ventimiglia. Dopo la peste del 1630, san Secondo fu proclamato compatrono della città di Torino e nel 1657 venne eretta una Confraternita sotto il suo titolo. La chiesa di san Secondo, nei pressi del fiume Dora, edificata dai torinesi all’epoca della presenza dell’intero corpo del Santo nella loro città, fu ridotta in rovina dai Saraceni nella prima metà dell’XI secolo. È probabile che il culto delle reliquie di san Secondo e i pellegrinaggi alla sua tomba dai paesi limitrofi abbiano causato la scomparsa del toponimo civile di Vittimulo, sostituito dal toponimo sacro di san Secondo. Gli elenchi delle pievi vercellesi dei secoli X-XII non menzionano più Vittimulo, ma riportano semplicemente “Plebs Sancti Secondi“. Lo stesso fenomeno si verificò a Santhià (Santa Agata), San Germano Vercellese e in parte anche nella vicina pieve di Puliaco. Quest’ultima, nel Codice Vaticano 4322, è indicata con il solo nome del Santo titolare “Sanctus Peregrinus“, mentre più tardi riaffiora dalle carte il toponimo celto-gallico di “Puliacum“. San Secondo divenne patrono contro le pestilenze, al pari di san Rocco, san Fabiano, san Sebastiano e san Carlo. La presenza di un affresco votivo raffigurante san Secondo, scoperto, restaurato e conservato nella chiesa di San Rocco di Mezzana, eseguito nel 1526 da Daniele De Bosis di Novara, suggerisce che anche nel Biellese il Santo godesse di particolare devozione. Non si può spiegare la presenza della figura di questo Santo a Mezzana, molto lontano da Salussola, senza supporre che all’inizio del XVI secolo, in tale località, san Secondo avesse una devozione particolare.
[ elaborato da una documentazione storica di don Delmo Lebole ]
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