Salussola dominio dei vescovi conte di Vercelli

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⫸ Salussola dominio dei vescovi conte di Vercelli – La società feudale era organizzata secondo una gerarchia basata sulla fedeltà e sulla concessione di benefici, come terre, rendite o diritti. – I vassalli ricevevano direttamente dal re un beneficio, spesso legato a un titolo, come conte o vescovo. In cambio, offrivano aiuto militare, politico ed economico, partecipando anche alle assemblee e all’amministrazione della giustizia.
– I valvassori ricevevano un beneficio dai vassalli, senza però ottenere necessariamente un ufficio o una dignità. Occupavano quindi una posizione intermedia.
– I valvassini ricevevano il beneficio dai valvassori. Possedevano cavallo e armatura per il servizio militare, ma non avevano poteri giudiziari né uomini liberi armati alle proprie dipendenze. Questa struttura si fondava su rapporti personali di fedeltà e su uno scambio di benefici e servizi.
La conquista franca e l’organizzazione amministrativa del Piemonte. Tra il 773 e il 774 i Franchi conquistarono il Regno dei Longobardi in Italia. Nel 774 Carlo Magno sconfisse il re Desiderio alle Chiuse di Susa, ponendo fine al dominio longobardo nella penisola e integrando il regno conquistato nell’Impero franco.
In un primo momento, i Franchi conservarono il modello amministrativo e militare longobardo, fondato sui ducati di Ivrea, San Giulio d’Orta, Lomello e Vercelli. In seguito, per limitare il rischio di ribellioni da parte dei duchi longobardi, procedettero a una riorganizzazione del territorio piemontese. Il Piemonte fu suddiviso in tre grandi aree territoriali, ricalcando in parte gli antichi distretti romani, che comprendevano anche la Liguria.
All’interno di queste aree furono individuati sette importanti centri urbani, destinati a diventare sedi di comitato: Alba, Albenga, Asti, Ivrea, Torino, Ventimiglia e Vercelli. A questi si aggiungevano sette comitati collegati a specifiche fortificazioni: Auriate, Bredulo, Bulgaria, Ossola, Stazzona, Santhià e Pombia.
L’ordinamento amministrativo e territoriale carolingio prevedeva un’articolata suddivisione provinciale del regno. L’unità fondamentale non era più il ducato, tipico dell’organizzazione longobarda, bensì il *comitatus*, governato da un pubblico ufficiale, il conte, rappresentante diretto del re.
Il conte svolgeva numerose funzioni. Era il comandante dell’esercito del territorio affidatogli e aveva il potere di convocare alla leva tutti gli uomini del comitato quando fosse necessario. Amministrava inoltre la giustizia, sia sotto il profilo normativo sia sotto quello esecutivo, e provvedeva alla gestione dei beni del fisco regio e dei patrimoni demaniali, come strade, ponti e mercati. A lui spettava anche il controllo dell’imposizione e della riscossione delle tasse.
I comitati erano circoscrizioni territoriali paragonabili, per estensione e funzioni, alle moderne province. Come il capo dell’amministrazione provinciale contemporanea, il conte era un funzionario pubblico amovibile: al termine del mandato doveva restituire la carica al re, il quale poteva anche sostituirlo qualora fosse insoddisfatto del suo operato.
Nel corso dell’VIII e soprattutto del IX secolo, nelle aree di confine, particolarmente delicate dal punto di vista amministrativo e militare, furono istituiti distretti territoriali più ampi dei comitati, denominati *marche*. Il marchese, o *marchio* secondo la terminologia delle fonti, esercitava funzioni analoghe a quelle del conte, ma su un insieme di comitati riuniti in un’area di dimensione regionale. Si formarono così le marche d’Ivrea, di Susa, della Liguria, di Treviso e di Trento. La Marca d’Ivrea comprendeva i comitati di Santhià, Vercelli, Lomello, Novara, Stazzona, Ossola, San Giulio d’Orta, Pombia e Aosta. In questo contesto, Salussola faceva capo al Comitato di Vercelli, allora governato da un vescovo-conte, figura nella quale le funzioni religiose e quelle amministrative risultavano strettamente collegate.
Durante l’alto Medioevo, i vescovi di Vercelli stavano accumulando ampi poteri temporali e giurisdizionali concessi dai sovrani carolingi. Sotto il mandato di Auterico, la Chiesa vercellese mantenne e difese i propri diritti civili ed ecclesiastici sulle pievi rurali dell’ager, compreso il distretto fortificato di Vittimulo e Puliaco. Questo controllo preparò il terreno per la nascita del vero e proprio potere feudale e comitale che i suoi successori (come il celebre vescovo Notingo o, più tardi, Leone) avrebbero esercitato sull’intera area biellese e vercellese.
Il dominio dei vescovi vercellesi su Salussola è attestato per la prima volta in un documento conservato presso l’Archivio Civico di Vercelli: un diploma emanato a Pavia il 16 marzo 882 da Carlo III detto il Grosso, ultimo imperatore della dinastia carolingia. Come osserva lo storico conte Carlo Cipolla(1854–1916), l’atto indicava tra i beni assegnati alla Chiesa di Vercelli due corti situate nel “Castellum Victimolense “: «… curtes duas in Castello Victimolensi, Salutiolam e Petrorium ». Si trattava di Salussola e Petrorio, corrispondente all’odierna Parogno, nel territorio di Zubiena. La citazione dimostra che Salussola e Vittimulo — o Vittimula, secondo un’altra forma del nome — coesistevano ancora nel IX secolo. Vittimulo sarebbe stata successivamente distrutta durante le incursioni degli Ungari e dei Saraceni, verificatesi tra l’VIII e il IX secolo, mentre l’esistenza di Salussola è documentata con certezza. In epoca feudale, il termine “curtis “ indicava un centro di rilievo, dotato di funzioni amministrative e giudiziarie, paragonabile, per importanza, agli attuali capoluoghi di provincia. Secondo il Rondolino, si trattava di «paesi ove l’imperatore od i suoi conti tenevano giudizio». Anche il termine ” castellum “ non deve essere inteso nel senso moderno di castello fortificato. Esso indicava piuttosto un luogo munito, talvolta molto esteso, costituito da più bastioni e fortilizi, capaci di occupare intere colline o alture. In questa prospettiva, la Serra e la Bessa, disseminate di insediamenti e casali, avrebbero formato un’unica linea difensiva contro le incursioni dei Salassi e, forse, dei Taurini, entrambi attratti dalle risorse aurifere della Bessa. Dopo la scomparsa di Vittimulo, Salussola e Parogno rappresentarono probabilmente due nuclei superstiti di tale sistema difensivo. La loro posizione strategica contribuì a conservarne l’importanza anche nel quadro del potere episcopale vercellese. La situazione mutò drammaticamente alla fine del IX secolo. Nell’899 gli Ungari invasero Vercelli e le terre del comitato vercellese, seminando distruzione e compiendo stragi tra il clero. Il vescovo Liutgardo riuscì inizialmente a sottrarsi alla furia degli invasori; tuttavia, mentre cercava di fuggire dalla sede episcopale, fu catturato, spogliato e infine ucciso. È verosimile collocare proprio in questo periodo l’incendio e la conquista delle mura e del *castrum* di Vittimulo. La distruzione dell’antico centro fortificato avrebbe così segnato la definitiva affermazione di Salussola e Parogno quali principali nuclei superstiti dell’antica organizzazione difensiva della zona.
Nel 961 il vescovo Ingone consacrò una chiesa all’interno del monastero di Salussola, allora in fase di edificazione e sorto su una proprietà salussolese appartenente alla famiglia dei Bolgaro. L’edificio sacro fu dedicato a san Pietro Levita, esponente dello stesso casato dei Bolgaro, a conferma dei profondi legami tra l’istituzione monastica e la famiglia promotrice. Nello stesso contesto storico si colloca l’atto del diacono Gisaldo, figlio del fu Gisalprando de Bolgaro, il quale destinò alle chiese vercellesi di Sant’Eusebio e di Santa Maria alcuni beni situati nei territori di Volterriano e di Cavaglià. Tali disposizioni testimoniano il ruolo esercitato dalla famiglia Bolgaro nella promozione religiosa e patrimoniale delle istituzioni ecclesiastiche locali.
Con il primo diploma emanato il 7 maggio 999, l’imperatore Ottone III confermò al vescovo Leone di Vercelli le donazioni già concesse da Carlo il Grosso al vescovo Liutwardo. Nel medesimo documento furono inoltre attribuiti alla Chiesa vercellese i beni appartenuti ad Alberto e Guglielmo di Salussola, ritenuti responsabili, insieme ad Arduino d’Ivrea, degli avvenimenti del 997 che avevano condotto all’uccisione di Pietro, vescovo di Vercelli. Il diploma qualifica Arduino, figlio di Dadone, come pubblico nemico, imputandogli l’assassinio del vescovo e l’incendio della sua salma. La confisca viene estesa anche ai beni di quanti, attraverso lo spionaggio o l’uso delle armi, presero parte alla violenza. Il testo ricorda inoltre il saccheggio della chiesa di Sant’Eusebio e indica tra i responsabili proprio Alberto e Guglielmo di Salussola:
«Diamo ogni possedimento di Arduino, figlio di Dadone, giudicato pubblico nemico poiché uccise Pietro, vescovo di Vercelli e, dopo averlo ucciso, non esitò a incendiarne la salma, ed anche i beni di coloro che con lo spionaggio, le armi e con le proprie mani presero parte a tale nefandezza, cioè i figli di… Diamo i beni di quanti con le armi saccheggiarono la chiesa di Sant’Eusebio, cioè… Alberto e Guglielmo di Salussola…».
In ulteriori concessioni e conferme contenute nello stesso diploma compare anche la formula «Confermiamo… Castellum Victimuli…». Tale espressione può essere tradotta come “ castello ”, “ borgo fortificato ” o “v illaggio fortificato dei Vittimuli ”, e sembra indicare una realtà insediativa ancora riconoscibile alla fine del X secolo. La situazione appare mutata nel diploma concesso nel 1007 dall’imperatore Enrico II, detto il Santo. In esso, quale ricompensa per il costante ossequio dimostrato alla Chiesa vercellese, si legge: «Diamo e rendiamo a Sant’Eusebio… il Monte Vittimulo ». Non compare più, dunque, la denominazione ” Castellum Victimuli “, mentre viene attestata l’esistenza di una regione o di un rilievo indicato come ” Monte Vittimulo “, la cui esatta localizzazione rimane tuttora incerta. Il confronto tra i due diplomi sembra pertanto riflettere una trasformazione significativa nella rappresentazione del territorio: nel 999 il nome dei Vittimuli è associato a un centro fortificato, mentre nel 1007 esso designa ormai un’area territoriale identificata con un monte. Tale mutamento terminologico potrebbe testimoniare la scomparsa, o almeno il progressivo declino, dell’antico insediamento fortificato e la definitiva prevalenza di una denominazione geografica. In questo senso, il diploma di Enrico II potrebbe essere interpretato come una testimonianza documentaria della “morte” del *Castellum Victimuli*, mentre il toponimo *Monte Vittimulo* avrebbe continuato a conservare la memoria del luogo e della regione a esso collegata.
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