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Il distaccamento della 12ª divisione Garibaldi,
che apparteneva alla109ª brigata, quel giorno era
composto di trentatré partigiani, si erano spostati nel Monferrato, e
durante il tragitto di ritorno alla base, furono catturati dai fascisti
nella pianura Vercellese tra Bianzè e Livorno Ferraris. Stanchi e
spaesati per l'errare tra campi e paesi a loro sconosciuti, nella nebbia
mattuttina scorsero un casolare attorniato di mura, pensarono a un luogo
sicuro in cui riposare, e non misero nessuno di guardia. Furono svegliati
da una sparatoria, alcuni erano già stati catturati, agli altri intimata
la resa. Portati a Tronzano Vercellese, dove c'era il Comando Nazifascista,
furono rinchiusi in una stanza. Il giorno dopo divisi in due gruppi, l'uno
di dodici prigionieri fu mandato a Vercelli e l'altro di ventuno rimase
per essere interrogato.
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( da una
testimonianza di " Pittore" al secolo Sergio Canuto Rosa, il 21° partigiano
scampato all'eccidio di Salussola
) « ... La notte
del 9 marzo ci comunicarono che saremmo partiti verso una zona del
Biellese dove ci sarebbe stato uno scambio di prigionieri. Il breve tempo
trascorso dal nostro arresto ci fece pensare all'impossibilità della
cosa, ma ci aggrappammo a quella speranza. Nel cortile dell'edificio (
Tronzano V.se, sede del Comando, n.d.r.)
si
trovavano dei camion su cui ci fecero salire e quando partimmo il nostro
sforzo era di capire, attraverso le fessure, quale fosse la direzione
presa, ma nessuno di noi era pratico della zona ed era notte. Nella nostra
mente i pensieri si accavallavano ai pensieri mentre il rumore dei motori
ci faceva pensare ad una salita. Quando i camion si fermarono, fummo
stupiti di trovarci in una piccola piazza circondata da case, più lontano
mi parve di intravedere la chiesa di quel piccolo paese immerso nel
silenzio. Ci avviarono verso un edificio e, nella camera a pianterreno (
l'attuale sacello al piano terreno del Palazzo Municipale, n.d.r. ) ,
cominciarono subito le sevizie; infierirono su di noi con sadica ferocia.
Non vedevo più nulla, sentivo i colpi mentre la stanza si riempiva di
gemiti e urla che non avevano più niente di umano. E' impossibile
descrivere quello che è successo. Ricevetti un colpo violento sulla
fronte e il sangue, che scendeva copioso, mi accecava; caddi supino in un
angolo evitando un secondo colpo, altri compagni caddero su di me
coprendomi in parte. Sentivo urla e gemiti dei morenti e mi chiedevo
quando sarebbe giunta la fine. Ai primi chiarori dell'alba cercai di
alzarmi. I nazifascisti mio afferrarono e mi colpirono ancora con i calci
del fucile spingendomi verso un muro, mentre alcuni automezzi con i fari
accesi illuminavano la piazza. Avrei voluto pulirmi il sangue che mi
colava sugli occhi, ma mi accorsi di avere le mani legate dietro la
schiena; altri compagni venivano trascinati per i piedi fuori
dall'edificio. Poi accadde un fatto che ha dell'incredibile: un fascista
si avvicinò e cercò di strapparmi il giubbotto mentre un altro mi
spingeva violentemente; sentii le corde allentarsi e le mani muoversi. Con
la forza della disperazione mi buttai contro il mio assalitore che mi
afferrò per le braccia, in quel momento la corda scivolò e sentii le
mani libere. Mi avvinghiai disperatamente a lui trascinandolo fuori alla
luce dei fari. Come una furia sfuggii ad altri fascisti che erano accorsi
per immobilizzarmi e mi lanciai verso un vuoto che intravedevo oltre un
muro tirandomi dietro uno di loro. L'oscurità e il timore di colpire il
compagno impedì loro di spararmi subito e questo mi permise di rotolare
verso il fondo della scarpata (
il pendio che scende verso l'Elvo, n.d.r. ).
Quando mi accorsi di essere solo, cominciai a strisciare fra rovi e
cespugli: le spine mi entravano nella carne, ma erano la mia salvezza,
ostacolavano l'inseguimento e ogni passo in avanti era un passo verso la
vita. Riuscii a bere un po' d'acqua in un torrente (
il rio RiFreddo o l'Elvo, n.d.r. ),
poi ripresi a fuggire cercando di rimanere dove gli alberi erano
più fitti, ormai le gambe mi reggevano a stento. Come in un sogno
incontrai i partigiani, ma non chiedetemi come sono arrivato qui, non lo
so, non ricordo altro che i miei compagni rimasti là, nella piazza in un
paese di cui non conosco il nome ».
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