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Storia Salussolese

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Sotto il Dominio dei Vescovi di Vercelli - Nell’anno 882, Mons Victimuli, fu donato, probabilmente per ingraziarsi la Chiesa, a Liutwardo Vescovo di Vercelli, da Carlo III detto il Grosso, ultimo imperatore carolingio da poco succeduto al padre Ludovico il Germanico, durante la calata in Italia nel 881. Mons Victimuli, unitamente alle altre terre Biellesi, fu confermato sotto la giurisdizione vescovile dai vari imperatori che si succedettero nel corso della storia per alcuni secoli. Nel 997, Alberto e Guglielmo Bolgari, insieme alle milizie di Arduino d’Ivrea, presero parte al fatto sacrilego di Vercelli che vedrà la morte del Vescovo Pietro, nel rogo del palazzo vescovile. Arduino aveva sostenuto un’aspra lotta contro il Vescovo di Vercelli, Pietro, messosi a capo di altri feudatari ecclesiastici ostili al re, per il timore di venire privati di innumerevoli privilegi di cui si erano appropriati negli anni precedenti o con la forza o con l’astuzia, quando era latente una forte autorità imperiale. Intorno al 1000, Mons Victimuli faceva parte del Contado di Santa Agatha, l’odierna Santhià, che era governata da un ramo della famiglia Bolgari. Nel 1002, i feudatari, riuniti a Pavia, elessero il Marchese Arduino d’Ivrea re d’Italia, ma i Vescovi si dichiareranno scontenti dell’elezione a re d’Italia di Arduino d’Ivrea e chiederanno l’intervento di Enrico II. E fu lotta, quella sostenuta da Arduino d’Ivrea per contrastare le armate di Enrico II, che aveva invaso l’Italia settentrionale con il deliberato proposito di detronizzarlo, a ciò sollecitato dai feudatari alleati ai Vescovi. Sconfitto presso le Chiuse della Valsugana,  braccato dalle soldatesche nemiche, fu costretto a ritirarsi nel Canavese e a rinchiudersi nel suo castello d’Ivrea fino al ritorno di Enrico II in patria. Soltanto allora, Arduino d’Ivrea, potè riprendere la lotta contro i feudatari laici e gli ecclesiastici alleati del Vescovo di Vercelli, Leone, che nel frattempo era succeduto a Pietro, ucciso dai soldati di Arduino durante la presa di Vercelli. Nel 1013 Enrico II, scese nuovamente in Italia, a Pavia, chiamato dal Clero contro Arduino d’Ivrea che indisturbato riprese a regnare, questi si asserraglierà nel suo castello d’ Ivrea, poi recederà. I Bolgari e gli altri feudatari abbandoneranno Arduino d’Ivrea, questi nel 1014 si ritirerà nel monastero di Fruttuaria presso San Benigno Canavese, dove vestirà gli abiti monastici, come usavano in quei tempi i maggiorenti, morirà l’anno seguente. Con la sua scomparsa fallì il tentativo, primo del genere, di mettere a capo del regno d’Italia un signore di origine italiana, il marchese d’Ivrea, divenuto in seguito re d’Italia. Nel 1155, con il diploma di Federico I Barbarossa del 1 marzo, Salussola fu donata ai conti Bonifacio e Giovanni di Biandrate, per l’aiuto portato da Guido di Biandrate, quale consigliere del re durante l’assedio di Tortona. I conti di Biandrate eserciteranno il loro potere attraverso i  Bolgari, comunque signori del feudo di Salussola. Ne secolo XIV, numerosi avvenimenti si succedettero con ritmo incalzante; il contado di Vercelli, del quale faceva parte il Biellese, venne messo a soqquadro da bande di armati delle opposte fazioni che si davano battaglia continuamente. I comuni che ne facevano parte passavano da una signoria all’altra nel volgere di pochi anni ma solo Salussola, per merito della potente famiglia che governava, riuscì a conservare intatto il proprio territorio. All’inizio del 1300, Salussola venne a trovarsi nel mezzo di una guerra che, in breve tempo, coinvolse tutto il Biellese. Detto conflitto per forze contrapposte scese in campo, venne definito “ conflitto di religione “. Infatti si trattò di una contesa fra il vescovo Rainero Avogadro di Pezzana e Fra Dolcino, il famoso eretico della famiglia Tornielli, nato in Valsesia, verso la metà del secolo XIII. Il frate discepolo e continuatore di Gherardo Segalelli da Parma, capo della setta “ Apostolici “ sotto l’influsso delle dottrine di Giacchino da Fiore, concepiva la storia del mondo diviso in quattro epoche, di cui asseriva essere già cominciata l’ultima, cioè quella dello Spirito Santo. Con il pretesto di ricondurre la Chiesa alla semplicità dei primi tempi predicava la fine dell’autorità papale, la comunità dei beni, il matrimonio dei sacerdoti e la povertà assoluta. Le sue idee convinsero numerosi seguaci a seguirlo, in particolare in Lombardia e nel Trentino; la maggior parte dei proseliti era attratta dall’avventura e dalla speranza di trarne vantaggi che Fra Dolcino aveva fatto loro balenare. Per noi è facile intuire che le bande raccolte dal frate risultassero formate da uomini fanatici i quali, durante le loro scorribande, non risparmiavano né uomini né cose. Le milizie novaresi e vercellesi del Vescovo Rainero Avogadro, comandate dai Marchesi del Monferrato, per sei anni combatterono ininterrottamente Fra Dolcino. Lo sconfissero sul Monte Zebello ( Rubello ), in territorio di Trivero, il 13 marzo 1307. Di questo esercito si sa con sicurezza che fecero parte molti Salussolesi, ben decisi a vendicare i soprusi e le angherie inflitte loro dalle soldatesche armate del frate che, a più riprese, ne avevano invaso il territorio. Il 15 dicembre del 1310, l’imperatore Enrico VII è incoronato ad Aquisgrana imperatore di Germania ed in tale carica confermato da papa Clemente V l’anno successivo, assicuratosi l’appoggio papale facendo ventilare l’idea di promuovere una Crociata in Terra Santa, scesce in Italia con un potente esercito. l suo principale intento era quello di risollevare le sorti compromesse dei ghibellini e di riaffermare la supremazia imperiale sulla penisola. In poco tempo occupò le città di Susa, Vercelli, Milano e nominò suo vicario, con sede a Vercelli, il principe Filippo d’Acaia, inviso a buona parte della popolazione locale. Questi fatti rinfocolarono la lotta, momentaneamente sopita, fra guelfi e ghibellini, i primi aderenti a una lega formatasi per difendere il vescovo Avogadro di Vercelli, i secondi decisi a spodestarlo. Della lega guelfa non fecero parte i Salussolesi i quali, di sicura fede ghibellina, si rinchiusero entro le mura del borgo chiamando alle armi tutti gli uomini validi, resistendo per più di un anno all’assalto posto dai nemici. Così che nella guerra di Salussola tra guelfi e ghibellini del 1312, furono distrutti i villaggi di Puliaco, di Privato e di Arro. All’arrivo dei soldati di Enrico VII venne tolto l’assedio al borgo e contemporaneamente cacciato da Biella il vescovo di Vercelli, che si era colà rifugiato. Gli abitanti di Biella serbarono un rancore non comune e lungo a morire verso i Salussolesi; infatti, nei capitolati della città di Biella, all’anno 1334, compaiono alcuni articoli che accennano alla “guerra di Salussola” con la minaccia di bandire dalla loro città coloro, Biellese e non, che intendessero commerciare con i Salussolesi o prendere dimora nel nostro comune o anche solo porgere aiuto ai loro abitanti. Ai cittadini Biellese era pure concesso di compiere scorribande sul territorio del comune nemico per appropriarsi di animali o vettovaglie. L’astiosa lite fra i comuni, all’epoca popolati da un numero di 1000 abitanti a Biella e 850 a Salussola,  ebbe termine solo nel 1343 per l’interessamento del cardinale Guglielmo dei Quattro Santi Coronati. Nel frattempo i Vescovi che si succedettero sulla cattedra di Sant’Eusebio, si adoperavano con ogni mezzo allo scopo di conservare le prerogative loro concesse dall’imperatore, costringendo le popolazioni a subire ogni sorta di pedaggio. Gli abitanti dei comuni, insofferenti delle angherie continue, isolati o in comunione, diedero inizio a guerriglie alquanto efficaci contro le milizie del Vescovo di Vercelli; e pare che uno dei comuni più impegnati a combattere il giogo imposto     dai Vescovi fosse il Comune di Salussola. Fu così che nel 1339, gli abitanti Salussola, capeggiati dai de Bulgaro, insorsero con una ribellione riuscita contro le milizie del Vescovo di Vercelli per la riscossione dei pedaggi e dei tributi. Nel contempo la peste che fin dal 1349 era dilagata in Lombardia, nel 1362 raggiunge Salussola, mietendo numerose vittime. Il paese ne uscì molto mal ridotto anche perché, nonostante l’infuriare della peste, non erano cessate le lotte fratricide tra comuni, che avevano portato alla miseria e alla fame la popolazione sopravvissuta alla peste. Poiché la posizione su cui sorgeva l’agglomerato di Salussola era ritenuta, all’epoca, di rilevanza strategica in particolare delle fortificazioni di cui disponeva il castello, nel 1375 il Vescovo di Vercelli ordinò di elargire 540 fiorini d’oro al tesoriere del Comune di Biella, certo Bartolomeo Scaglia, per l’impegno da quel Comune profuso nel fortificare le bastie del castello di Salussola e per aver ricostruito le mura cadute in rovina, nonché per la costruzione di due porte, una verso nord-est e la seconda verso sud-est. Il nuovo Vescovo di Vercelli, Giovanni Fieschi, non riuscì a mantenere a lungo il dominio su Salussola, nonostante le fortificazioni cui possedeva, perché la guerra, scoppiata tra il Marchese del Monferrato Teodoro Paleologo e i Visconti, si era risolta con la vittoria viscontea.