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Ebbi la fortuna di conoscere il generale Bignami negli anni 50 per
essermi accompagnato più di una volta a Lui, nel tratto di strada
che separa il paese dalla stazione ferroviaria al Borgo Monte. Il
generale Bignami al suo rientro dalla prigionia in USA, soggiornò
per un po’ di tempo presso il fratello dottor Gino (ex
farmacista) in via Teologo Macchioli, dopo aver perso la consorte
d’origine triestina in campo di concentramento (Germania). Non
aveva figli. I colloqui avuti col generale Bignami sono sempre
stati molto aperti e cordiali sul quotidiano, ma strettamente
concisi quanto telegrafici in particolare se la conversazione
coinvolgeva il suo trascorso militare. Timidamente ho chiesto in
più di un’occasione com’era stata l’ultima battaglia in
Libia, quando al comando della Divisione Folgore ricevette
l’ordine di bloccare l’avanzata delle truppe inglesi, quindi
il suo contingente fu paracadutato in prima linea.La risposta del
generale è sempre stata quella riferita ai suoi ragazzi poco più
che ventenni che in quell’inferno si sono battuti da eroi,
continuava a ripetere “ non potevo chiedere di più, eravamo
decimati, sfiniti, al limite delle forze, senza viveri da giorni,
senz’acqua, senza munizioni, in campo eravamo solo noi … soli
… il resto delle truppe si erano già ritirate, non ci restava
altro che la resa “. Poi dopo un lungo silenzio aggiunse “
ne siamo usciti in pochi, laceri, feriti, quasi irriconoscibili
… quindi la lunga prigionia “.
L’impressione è sempre stata che il generale Bignami non
volesse dividere con altri quella triste pagina della nostra
storia di cui era stato protagonista su un campo di battaglia già
segnato dall’avverso destino.Le sue parole lasciavano sempre
trasparire la sicurezza e l’orgoglio di aver servito la Patria
sino in fondo, senza riserve, al di sopra di ogni pensiero di
parte, quali possano essere le virtù di un uomo d’armi abituato
solo ad obbedire ". (
Felice
Oddone )
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