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Monsignor Francesco Monti

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Monsignor Francesco Monti il prete che considerava il tango un ballo infamante.
Ogni tanto, dal passato, spuntano personaggi curiosi, tanto più se rapportati ai nostri tempi: come nel caso di monsignor Francesco Monti, vicario di Buronzo per 57 anni.
Nato ad Arro (Salussola) nel 1837, nominato parroco di Buronzo nel 1870 a 33 anni, restò alla guida spirituale del paese fino alla fine della sua lunga vita (morì a novant’anni nel 1927), quando era ormai cieco.
Oltre a fondare il circolo di San Magno, don Monti era un ferreo oppositore delle novità e un tenace difensore dei diritti della chiesa: intentò 70 cause contro i nobili del castello e le vinse tutte, e fu nominato dal papa Pio XI cappellano d’onore extra urbem e dal re Vittorio Emanuele III Cavaliere della Corona d’Italia.
Di fronte alla canonica ancora oggi c’è una porticina di accesso al castello, un tempo usata per scaricare nei magazzini le granaglie portate con i carri trainati dai cavalli.
Un giorno un cavallo, staccato dal carro, entrò in chiesa con il fieno in bocca e continuò il suo pasto nella parrocchiale di Sant’Abbondio: apriti cielo.
Monsignor Monti fece causa al marchese Giuseppe Berzetti per impedire il transito di carri agricoli sulla piazzetta tra la chiesa e il castello; il vicario portò diverse testimonianze di anziani del paese che attestavano che su quella piazzetta era esistito in passato un antico cimitero.
Una prima sentenza diede ragione al sacerdote, ma il nobile Berzetti fece ricorso; la causa anche in appello fu riconosciuta giusta e vinta da monsignor Monti.
Ma altre storie si raccontano sulla figura del sacerdote.
Per esempio, durante una predica pare avesse detto: «Le ragazze del paese hanno la brutta abitudine di mettere le mani in tasca ai giovanotti; dato che la maggior parte delle loro tasche sono rotte, dove vanno a finire queste mani?».
Durante una processione, il capo dei socialisti in segno di sfida, si mise sulla porta di una bettola con il cappello in testa; il vicario uscì dal baldacchino e gli tolse il cappello.
O ancora a proposito del tango, che il sacerdote definì nel 1915 « un ballo lussurioso e infamante: una danza oscena » durante un’omelia, facendo nome e cognome di alcune giovani donne del paese che durante una festa di famiglia avevano osato ballarlo.
Anche nel vicino paese di San Giacomo lo stesso anno, don Giovanni Travostino si scagliò contro il ballo definendo i suoi parrocchiani « feroci pel ballo più che in altri paesi » e poco dopo il sindaco proibì « il ballo del tango per amore dei bambini ».

dal giornale " la Sesia online "


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