Carissimi fratelli e sorelle
La terza domenica di
quaresima che celebriamo oggi, nel cammino di preghiera, penitenza e
poveri ci presenta un vangelo molto ricco. Nella prima domenica di quaresima
abbiamo ascoltato il vangelo delle tentazioni, nella seconda, la scorsa,
il vangelo della trasfigurazione, oggi un brano che sottolinea la
necessità e l’urgenza della conversione. Del brano ascoltato vorrei
soffermarmi sull’ultima parte, quella della parabola del fico.
Il fico è una pianta che ai tempi di Gesù era posta in mezzo alla
vigna per sostenerla e, come altre piante , per poterne raccogliere i
frutti. Nella scrittura molte volte la vigna è la rappresentazione della
comunità d’Israele alla quale
il Signore prepara il
terreno, ne irriga i solchi, ne spiana le zolle… Questo fico, che sostiene
la vigna potrebbe essere ciascuno di noi… ma è un fico che non porta
frutti. Il padrone dice: “Ecco, son tre anni che vengo a cercare
frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo.” E’ una pianta, potremmo dire così,
che non reagisce alle cure amorevoli. La promessa è di eliminarlo. Ma chi
gi risponde chiede ancora i tempi supplementari “Ma quegli rispose:
Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta
il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo
taglierai”. Il Signore parla proprio a noi, a quei fichi pigri a
rispondere alle cure amorevoli, ma abbiamo ancora quest’anno. Il vignaiolo
non taglierà l’albero, aspetterà, avrà ancora pazienza. Il cuore
misericordioso del Padre ci premette, ancora questa volta, di rialzarci,
di rimetterci in cammino. Questo è vangelo, è, come dice la parola in
greco, buona notizia. Il finale di questa parabola sul fico dice che il
vignaiolo quando arriverà l’anno dopo, se il fico non avrà portato frutto,
lo taglierà. Non sappiamo veramente come sia andata a finire quella
storia. Non si conosce il
finale. Abbiamo la fine del racconto, ma non possiamo verificarlo. Quale
insegnamento possiamo trarre da questo fico condannato ma non tagliato? A
cui è promessa la fine della pazienza? L’insegnamento è l’avvertimento per qualsiasi
persona che abbia ascoltato questo brano di vangelo: la verità sul fico ci
sarà, che lui lo voglia o no, che la pianta porti frutto o rimanga pigra,
che noi ci convertiamo o rimaniamo indifferenti al futuro. Cari fratelli e
sorelle, il Signore ci chiede un cambiamento, ci chiede prima di tutto di
renderci conto delle cure che lui ha per noi, di quanto ha fatto per noi,
di quanta pazienza porta per il tempo che ci mettiamo a convertirci. Il
segno più grande è l’amore che manifesta da quell’altura che è la croce:
un uomo - Dio morto per dire che ha senso la morte, per dire che nessuno
sarà condannato da solo, che là dove c’è una vita donata è presente Lui
che ne dà il senso. Senza la morte di Cristo, ogni donazione rimane sola.
Senza la croce di Cristo, ogni persona che muore per se stessa non porta
frutto. E veniamo, così, alla celebrazione della
commemorazione di oggi: Illustrissime autorità, un cordiale saluto di benvenuti in questa chiesa. Oggi
avete la possibilità di essere presenti alla memoria dei ventuno di
Salussola: basta dire così, senza neanche nominarli, che già sappiamo di
chi vogliamo parlare. La morte di ventuno persone qui sulla piazza. Una
morte che la chiesa conosce bene; un’esperienza che non è estranea alla
sua vita di testimonianza-martirio: quanti preti sono morti a causa del
vangelo! Quanti religiosi sono stati uccisi nello stesso periodo dei
ventuno di Salussola. Uno è stato qui, al posto che occupo io oggi, solo
per poco più di un mese: don Cabrio, del quale utilizzo oggi il calice per
la santa Messa: sul bordo c’è scritta la dedica: la nonna al caro nipote
don Francesco Cabrio. Quanti, come lui, religiosi - martiri dal 1941 al
2003: sono in tutto 992,
secondo un calcolo minimo senza contare coloro dei quali non si
conosce il nome perché dispersi in Rwanda nel massacro del 1994, come in
Congo, Cina, Colombia, India,
Burundi, Angola e Uganda.
Per chi sono morti questi ventuno di cui ne ricordiamo l’eccidio?
Per fare solo una memoria e una bella festa nel mese di marzo in
Salussola? Per che cosa sono morti? Per chi sono morti? Per quale generazione sono morti?
Per le generazioni di oggi, dei giovani che i sociologi amano definire
frantumata e che sono senza interessi? Che se vai nei momenti di
catechismo per chiedere cosa vogliono fare da grandi sanno solo dirti: il
calciatore o l’astronauta… come se non avessero la testa già abbastanza
tra le nuvole! Secondo me
questi ventuno dell’eccidio sono morti per tutti noi, ma specialmente per
i giovani, i veri poveri di oggi; giovani che non sanno darsi delle
regole, che non sanno andare a dormire presto, che non riescono ad
ascoltare la musica a basso volume, che non sanno bere vino senza
ubriacarsi. E guardate che non sto facendo la morale… sto solo dicendo
quello che succede anche a Salussola, come da tante altre parti. Molti mi
ripetono: siamo contenti che lei reverendo sia arrivato così giovane,
perché si deve occupare dei nostri ragazzi: come se fossi io che ci vivo
insieme, come se fossi io che li insegno tutti i giorni l’educazione e li
aspetto a casa finita la scuola, come se fossi io che li compro l’auto,
come se fossi io che li do i soldi per uscire la sera, come se fossi io a
insegnarli le parolacce, come se fossi io a regalare il telefonino perché
siano raggiungibili, come se fossi io a dare loro ragione quando i
professori mi dicono che a scuola non s’impegnano. La chiesa punta il dito
sulla piaga mentre la cura e si occupa della persona malata e accoglie i
suoi sfoghi. Non è facile stare dalla parte dei deboli per la chiesa non
può fare diversamente. Il Signore sta dalla parte del fico che non porta
frutto che non si accorge che nella vita c’è già qualcuno che gli vuole
bene, senza neanche che apra bocca. Sta dalla parte del giovane senza
domande, del pigro e dice al Padrone della Vigna: lascialo ancora un anno
che me ne prendo cura. Come una bellissima espressione di conversione: una
persona disperata mi ha detto: “ sai don Lodovico, ero in crisi e sono
entrato in una chiesa. Non ce la facevo più e mi sono seduto lì, in un
banco qualsiasi. Poi guardando intorno mi sono reso conto che al centro,
là sull’altare, ci stava un crocifisso. E ho pensato Gesù è stato l’unico
dalla mia parte, l’unico che non mi ha puntato il dito contro, l’unico che
mi ha solo amato. Da lì mi sono sentito meglio, in compagnia”. Così cerca
di fare la Chiesa. Mentre dice che i poveri-giovani sono nell’indigenza si
chiede: di chi è colpa? E’ colpa degli adulti, o di quelli che si dicono
tali, dei silenzi dei grandi, del non prendere posizione in nome di un
pluralismo accomodante. Vi spiego come funziona. I giovani sono come quei
bei terreni che si vedono in questi giorni andando ad esempio verso Arro:
il Signore ha fatto in modo che il terreno, che è poi il cuore dei bambini
e dei giovani, siano come quei bei campi: ben arati, umidi, concimati,
dove sono state rotte bene le zolle, con terreno piano sciolto, pronti ad essere seminati. Noi
coscientemente o no, con il nostro comportamento, più che con le grandi
conferenze, con il nostro modo di fare televisione, con il nostro modo di
aiutare, con il nostro modo di ragionare, di affrontare i problemi, di
vedere gli altri, trasmettiamo loro come crescere. Continuamente i giovani
captano qualcosa dagli adulti. La società voluta da noi, per non
nasconderci sempre dietro le strutture, è una società degli slogan, fatta
di paroline magiche. I giovani di conseguenza sono frammentati, incapaci
di saper ragionare o sostenere posizioni, livellando tutto al “Mi piace-
non mi piace”, al dire “ma tanto poi in amore tutto finisce” al “ti voglio
bene fin che va tutto bene e poi sorge l’incompatibilità di
carattere”…Possiamo continuare
a seminare nelle loro coscienze la consapevolezza di essere dei
Raccoglitori di illusioni, come diceva D’Annunzio nello Zibaldone, oppure
coltivare in loro un realismo aperto alla speranza. Una speranza che non è
ottimismo. L’ottimismo, privo di fondamento valoriale, dichiara di essere
fuori dalla prova per superarla. La speranza cristiana, invece, sorge
dentro la prova nella virtù della pazienza che sa educare e governare
quell’io minore che è alle prese con la prova, impedendogli di contrarsi o
di ribellarsi ad essa. Sperare è già, per ciò stesso, contribuire a
superare la prova. Coltiviamo la speranza nei giovani, non l’ottimismo.
Molti dicono che i giovani sono portatori di speranza. Quale speranza?,
San Tommaso d’Aquino sostiene che i giovani sono portatori di speranza
perché hanno molto di avvenire e poco di passato. Ma se portano solo
questa speranza quando diventeranno vecchi saranno portatori di quello che
non c’è più e non più di speranza. Ogni giorno i giovani diventerebbero
solo capaci di correre in avanti nella staticità della memoria fino a
diventare aridi. E allora potrebbero chiedere agli adulti: ma il nostro
vivere è solo un correre in avanti, contro un muro di cemento, sempre più
velocemente? Possibile che non ci sia niente che rimane? Quando moriamo
non ci portiamo dietro proprio niente? Questo è il destino? C’è una
soluzione. Se si racconta ai giovani che c’è l’amore vero, quello anche
della sofferenza, del dare la vita, allora capiranno che questa vita ha
valore. Vivo non per morire ma per amare e muoio per amore non per essere
ucciso. Vivo per amore di tutto quello che trovo e che posso lasciare. Amo
perché ho trovato amore, perché Dio è amore. Amo e sono pronto ad un amore
così grande che darei anche la vita. Non vale la pena morire per la
bicicletta o per la play station. Vale la pena morire per amore di cose
grandi. Ma se credo in Dio e Dio è eterno, allora il mio sperare
nell’amore diventa eterno e la mia esistenza diventa eterna, nel senso che
mi metto in un orizzonte più vasto. Se spero amando, capisco che anche se
non vedo tutto realizzato c’è Gesù che passerà ancora a dire di me a Dio
Padre, come del fico, lascialo ancora un anno e poi vedremo. Magari nella
nostra vita non vedremo tutte le nostre aspirazioni realizzate, ma
coltiveremo sempre la speranza che Gesù passi a dare altre chance alle
persone che non portano
frutti. L’amore in Dio, pertanto, spera e sa che non è finito tutto qui.
La speranza ci spalanca il cuore: per tutti ci sarà sempre un anno di
tempo. Il card. Biffi ha scritto: “ La nostra fiducia non si basa sugli
uomini e sui loro progetti, sulle loro promesse. Non si fonda sulle
abilità degli economisti, né sulla bravura degli scienziati e dei tecnici,
né sugli apporti di una cultura che spesso abbaglia e alla fine ci lascia
col cuore arido e vuoto…Ma la nostra speranza più autentica, la ragione
della nostra tranquillità, la sorgente della serenità di spirito sta nel
Signore… Sappiamo che in lui la nostra vita è al riparo. Non dal riparo
delle preoccupazioni e dalle umiliazioni e sofferenze: al riparo dalla
disperazione dello scacco finale dell’esistenza”. Siccome tutte le domeniche lascio un
impegno concreto, auguro alle personalità qui presenti di poter dare un
contributo alla storia e alla speranza andando alla ricerca di un testo
che potrebbe fare molta luce sulle vicende post belliche: don Ferraris, i
un intervista rilasciata a “L’impegno” Anno 5 n. 3 fa riferimento ad un
memoriale di don Vernetti: “Quella di don Vernetti…è la vicenda più
enigmatica e ancora da chiarire bene. Però abbiamo un suo memoriale, che
forse pochi conoscono, in cui dice perché ha agito…per poter ristabilire
la pace. Ossia il suo progetto era quello di fondare la repubblica
cisalpina… questa idea è stata portata avanti per diverso tempo e il suo
memoriale la ricorda, ricorda i nomi, ricorda le date e tutto il resto.”
Forse ricorda anche qualcosa del pittore ucciso ad Adorno? Anche se l’anno
prossimo non tornerete qui con il memoriale ritrovato, avremo pazienza e
chiederemo a Dio ancora un anno per lavorare a quest’albero perché porti
frutti, come lo chiediamo per i nostri giovani, mentre ci impegniamo a
darli il buon esempio. don Lodovico
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