PARROCCHIA MATRICE DI SANTA MARIA ASSUNTA IN SALUSSOLA 

(Diocesi di Biella)

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3ª DOMENICA DI QUARESIMA / Omelia del 14 Marzo 2004 / Celebrazione di ricorrenza nel 59° dell' Eccidio di Salussola del 1945

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Carissimi fratelli e sorelle

La terza domenica di quaresima che celebriamo oggi, nel cammino di preghiera, penitenza e poveri ci presenta un vangelo molto ricco. Nella prima domenica di quaresima abbiamo ascoltato il vangelo delle tentazioni, nella seconda, la scorsa, il vangelo della trasfigurazione, oggi un brano che sottolinea la necessità e l’urgenza della conversione. Del brano ascoltato vorrei soffermarmi sull’ultima parte, quella della parabola del fico. Il fico è una pianta che ai tempi di Gesù era posta in mezzo alla vigna per sostenerla e, come altre piante , per poterne raccogliere i frutti. Nella scrittura molte volte la vigna è la rappresentazione della comunità d’Israele alla  quale il Signore prepara  il terreno, ne irriga i solchi, ne spiana le zolle… Questo fico, che sostiene la vigna potrebbe essere ciascuno di noi… ma è un fico che non porta frutti. Il padrone dice: “Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo.”  E’ una pianta, potremmo dire così, che non reagisce alle cure amorevoli. La promessa è di eliminarlo. Ma chi gi risponde chiede ancora i tempi supplementari “Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Il Signore parla proprio a noi, a quei fichi pigri a rispondere alle cure amorevoli, ma abbiamo ancora quest’anno. Il vignaiolo non taglierà l’albero, aspetterà, avrà ancora pazienza. Il cuore misericordioso del Padre ci premette, ancora questa volta, di rialzarci, di rimetterci in cammino. Questo è vangelo, è, come dice la parola in greco, buona notizia. Il finale di questa parabola sul fico dice che il vignaiolo quando arriverà l’anno dopo, se il fico non avrà portato frutto, lo taglierà. Non sappiamo veramente come sia andata a finire quella storia.  Non si conosce il finale. Abbiamo la fine del racconto, ma non possiamo verificarlo. Quale insegnamento possiamo trarre da questo fico condannato ma non tagliato? A cui è promessa la fine della pazienza? L’insegnamento è  l’avvertimento per qualsiasi persona che abbia ascoltato questo brano di vangelo: la verità sul fico ci sarà, che lui lo voglia o no, che la pianta porti frutto o rimanga pigra, che noi ci convertiamo o rimaniamo indifferenti al futuro. Cari fratelli e sorelle, il Signore ci chiede un cambiamento, ci chiede prima di tutto di renderci conto delle cure che lui ha per noi, di quanto ha fatto per noi, di quanta pazienza porta per il tempo che ci mettiamo a convertirci. Il segno più grande è l’amore che manifesta da quell’altura che è la croce: un uomo - Dio morto per dire che ha senso la morte, per dire che nessuno sarà condannato da solo, che là dove c’è una vita donata è presente Lui che ne dà il senso. Senza la morte di Cristo, ogni donazione rimane sola. Senza la croce di Cristo, ogni persona che muore  per se stessa non porta frutto. E veniamo, così, alla celebrazione della commemorazione di oggi: Illustrissime autorità, un cordiale saluto di  benvenuti in questa chiesa. Oggi avete la possibilità di essere presenti alla memoria dei ventuno di Salussola: basta dire così, senza neanche nominarli, che già sappiamo di chi vogliamo parlare. La morte di ventuno persone qui sulla piazza. Una morte che la chiesa conosce bene; un’esperienza che non è estranea alla sua vita di testimonianza-martirio: quanti preti sono morti a causa del vangelo! Quanti religiosi sono stati uccisi nello stesso periodo dei ventuno di Salussola. Uno è stato qui, al posto che occupo io oggi, solo per poco più di un mese: don Cabrio, del quale utilizzo oggi il calice per la santa Messa: sul bordo c’è scritta la dedica: la nonna al caro nipote don Francesco Cabrio. Quanti, come lui, religiosi - martiri dal 1941 al 2003: sono in tutto 992,  secondo un calcolo minimo senza contare coloro dei quali non si conosce il nome perché dispersi in Rwanda nel massacro del 1994, come in Congo, Cina, Colombia, India,  Burundi, Angola e Uganda.  Per chi sono morti questi ventuno di cui ne ricordiamo l’eccidio? Per fare solo una memoria e una bella festa nel mese di marzo in Salussola? Per che cosa sono morti? Per chi sono morti?  Per quale generazione sono morti? Per le generazioni di oggi, dei giovani che i sociologi amano definire frantumata e che sono senza interessi? Che se vai nei momenti di catechismo per chiedere cosa vogliono fare da grandi sanno solo dirti: il calciatore o l’astronauta… come se non avessero la testa già abbastanza tra le nuvole!  Secondo me questi ventuno dell’eccidio sono morti per tutti noi, ma specialmente per i giovani, i veri poveri di oggi; giovani che non sanno darsi delle regole, che non sanno andare a dormire presto, che non riescono ad ascoltare la musica a basso volume, che non sanno bere vino senza ubriacarsi. E guardate che non sto facendo la morale… sto solo dicendo quello che succede anche a Salussola, come da tante altre parti. Molti mi ripetono: siamo contenti che lei reverendo sia arrivato così giovane, perché si deve occupare dei nostri ragazzi: come se fossi io che ci vivo insieme, come se fossi io che li insegno tutti i giorni l’educazione e li aspetto a casa finita la scuola, come se fossi io che li compro l’auto, come se fossi io che li do i soldi per uscire la sera, come se fossi io a insegnarli le parolacce, come se fossi io a regalare il telefonino perché siano raggiungibili, come se fossi io a dare loro ragione quando i professori mi dicono che a scuola non s’impegnano. La chiesa punta il dito sulla piaga mentre la cura e si occupa della persona malata e accoglie i suoi sfoghi. Non è facile stare dalla parte dei deboli per la chiesa non può fare diversamente. Il Signore sta dalla parte del fico che non porta frutto che non si accorge che nella vita c’è già qualcuno che gli vuole bene, senza neanche che apra bocca. Sta dalla parte del giovane senza domande, del pigro e dice al Padrone della Vigna: lascialo ancora un anno che me ne prendo cura. Come una bellissima espressione di conversione: una persona disperata mi ha detto: “ sai don Lodovico, ero in crisi e sono entrato in una chiesa. Non ce la facevo più e mi sono seduto lì, in un banco qualsiasi. Poi guardando intorno mi sono reso conto che al centro, là sull’altare, ci stava un crocifisso. E ho pensato Gesù è stato l’unico dalla mia parte, l’unico che non mi ha puntato il dito contro, l’unico che mi ha solo amato. Da lì mi sono sentito meglio, in compagnia”. Così cerca di fare la Chiesa. Mentre dice che i poveri-giovani sono nell’indigenza si chiede: di chi è colpa? E’ colpa degli adulti, o di quelli che si dicono tali, dei silenzi dei grandi, del non prendere posizione in nome di un pluralismo accomodante. Vi spiego come funziona. I giovani sono come quei bei terreni che si vedono in questi giorni andando ad esempio verso Arro: il Signore ha fatto in modo che il terreno, che è poi il cuore dei bambini e dei giovani, siano come quei bei campi: ben arati, umidi, concimati, dove sono state rotte bene le zolle, con terreno piano sciolto,  pronti ad essere seminati. Noi coscientemente o no, con il nostro comportamento, più che con le grandi conferenze, con il nostro modo di fare televisione, con il nostro modo di aiutare, con il nostro modo di ragionare, di affrontare i problemi, di vedere gli altri, trasmettiamo loro come crescere. Continuamente i giovani captano qualcosa dagli adulti. La società voluta da noi, per non nasconderci sempre dietro le strutture, è una società degli slogan, fatta di paroline magiche. I giovani di conseguenza sono frammentati, incapaci di saper ragionare o sostenere posizioni, livellando tutto al “Mi piace- non mi piace”, al dire “ma tanto poi in amore tutto finisce” al “ti voglio bene fin che va tutto bene e poi sorge l’incompatibilità di carattere”…Possiamo continuare  a seminare nelle loro coscienze la consapevolezza di essere dei Raccoglitori di illusioni, come diceva D’Annunzio nello Zibaldone, oppure coltivare in loro un realismo aperto alla speranza. Una speranza che non è ottimismo. L’ottimismo, privo di fondamento valoriale, dichiara di essere fuori dalla prova per superarla. La speranza cristiana, invece, sorge dentro la prova nella virtù della pazienza che sa educare e governare quell’io minore che è alle prese con la prova, impedendogli di contrarsi o di ribellarsi ad essa. Sperare è già, per ciò stesso, contribuire a superare la prova. Coltiviamo la speranza nei giovani, non l’ottimismo. Molti dicono che i giovani sono portatori di speranza. Quale speranza?, San Tommaso d’Aquino sostiene che i giovani sono portatori di speranza perché hanno molto di avvenire e poco di passato. Ma se portano solo questa speranza quando diventeranno vecchi saranno portatori di quello che non c’è più e non più di speranza. Ogni giorno i giovani diventerebbero solo capaci di correre in avanti nella staticità della memoria fino a diventare aridi. E allora potrebbero chiedere agli adulti: ma il nostro vivere è solo un correre in avanti, contro un muro di cemento, sempre più velocemente? Possibile che non ci sia niente che rimane? Quando moriamo non ci portiamo dietro proprio niente? Questo è il destino? C’è una soluzione. Se si racconta ai giovani che c’è l’amore vero, quello anche della sofferenza, del dare la vita, allora capiranno che questa vita ha valore. Vivo non per morire ma per amare e muoio per amore non per essere ucciso. Vivo per amore di tutto quello che trovo e che posso lasciare. Amo perché ho trovato amore, perché Dio è amore. Amo e sono pronto ad un amore così grande che darei anche la vita. Non vale la pena morire per la bicicletta o per la play station. Vale la pena morire per amore di cose grandi. Ma se credo in Dio e Dio è eterno, allora il mio sperare nell’amore diventa eterno e la mia esistenza diventa eterna, nel senso che mi metto in un orizzonte più vasto. Se spero amando, capisco che anche se non vedo tutto realizzato c’è Gesù che passerà ancora a dire di me a Dio Padre, come del fico, lascialo ancora un anno e poi vedremo. Magari nella nostra vita non vedremo tutte le nostre aspirazioni realizzate, ma coltiveremo sempre la speranza che Gesù passi a dare altre chance alle persone che non  portano frutti. L’amore in Dio, pertanto, spera e sa che non è finito tutto qui. La speranza ci spalanca il cuore: per tutti ci sarà sempre un anno di tempo. Il card. Biffi ha scritto: “ La nostra fiducia non si basa sugli uomini e sui loro progetti, sulle loro promesse. Non si fonda sulle abilità degli economisti, né sulla bravura degli scienziati e dei tecnici, né sugli apporti di una cultura che spesso abbaglia e alla fine ci lascia col cuore arido e vuoto…Ma la nostra speranza più autentica, la ragione della nostra tranquillità, la sorgente della serenità di spirito sta nel Signore… Sappiamo che in lui la nostra vita è al riparo. Non dal riparo delle preoccupazioni e dalle umiliazioni e sofferenze: al riparo dalla disperazione dello scacco finale dell’esistenza”. Siccome tutte le domeniche lascio un impegno concreto, auguro alle personalità qui presenti di poter dare un contributo alla storia e alla speranza andando alla ricerca di un testo che potrebbe fare molta luce sulle vicende post belliche: don Ferraris, i un intervista rilasciata a “L’impegno” Anno 5 n. 3 fa riferimento ad un memoriale di don Vernetti: “Quella di don Vernetti…è la vicenda più enigmatica e ancora da chiarire bene. Però abbiamo un suo memoriale, che forse pochi conoscono, in cui dice perché ha agito…per poter ristabilire la pace. Ossia il suo progetto era quello di fondare la repubblica cisalpina… questa idea è stata portata avanti per diverso tempo e il suo memoriale la ricorda, ricorda i nomi, ricorda le date e tutto il resto.” Forse ricorda anche qualcosa del pittore ucciso ad Adorno? Anche se l’anno prossimo non tornerete qui con il memoriale ritrovato, avremo pazienza e chiederemo a Dio ancora un anno per lavorare a quest’albero perché porti frutti, come lo chiediamo per i nostri giovani, mentre ci impegniamo a darli il buon esempio.  don Lodovico

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