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Non fu molto lungo il suo soggiorno a
Roma, perché poco dopo dovette partire per la Campania con l’incarico di
rappresentante del Pontefice e Rettore del patrimonio che qui possedeva la
Santa Sede.Nel 593 fu richiamato a Roma e qui
rimase per sempre quale segretario privato del Papa Gregorio.
Alla vita d’azione, era subentrata
quella del pensiero, egli lavorava ora presso il Sommo Pontefice.
Il Papa Gregorio, dettava al suo
segretario, oltre ad altre opere, l’immortale Libro dei dialoghi.
Il Papa dettava, ma pretendeva che il
segretario rimanesse, scrivendo da lui separato da una tenda.
Pietro pensava che questo era uno
strano modo, ma ancor più strana, anzi prodigiosa, giudicava la rapidità con la
quale il Papa Gregorio manifestava i suoi pensieri, così che faticava a
trascriverli, quell’altezza di concetto che non era più fatta di sapienza
umana, bensì animata da diretta ispirazione Divina.
Un giorno, incuriosito scostò la tenda
e rimase stupefatto, attorniato di luce, il Pontefice appariva assorto ad
ascoltare il suggerimento di una candida colomba, simbolo dello Spirito Santo.
Pietro assistette, inosservato, più di
una volta a tale visione.
Il Papa, accortosi dell’indiscrezione
del suo segretario, lo riprese e si fece promettere di non dire al alcuno ciò
che egli aveva visto.
Gregorio Magno, in seguito ammalatosi
gravemente, sciolse, prima di morire, dalla promessa il Levita,
profetizzandogli che un giorno sarebbe stato necessario che egli rendesse
testimonianza di ciò che aveva visto e che, a maggior certezza di questa
testimonianza, dovesse essere colpito, dopo averla resa, da morte istantanea.
Il
Pontefice Gregorio Magno morì il 12 marzo del 604.
Il Suo successore fu il Papa Sabiniano
da Volterra. Roma era
afflitta da grandi carestie, la popolazione era esasperata, invocava dal
Pontefice la salvezza suggerendogli, su l’esempio di Gregorio Magno, di aprire
l’erario pubblico e i granai della Chiesa e distribuire i presunti tesori ai
poveri.
Il Papa Sabiniano credette di non
poter acconsentire e dichiarò che egli non intendeva acquistare il favore del
popolo con impossibili elemosine, come già aveva fatto il suo antecessore,
impoverendo così il patrimonio della Santa Sede.
Queste parole, passando di bocca in
bocca, si deformarono nel significato, il popolo si mise ad inveire contro il
Pontefice scomparso nella stessa misura con la quale prima l’aveva esaltato.
Tale era il furore che si giunse
all’assurda proposta di bruciare pubblicamente tutte le sue opere, così che
anche la memoria di lui andasse dispersa.
Il Levita Pietro, angosciato, non
disdegnò di scendere in piazza a parlare con gli inferociti Quiriti.
Disse loro che effettuando tale minaccia,
avrebbero commesso un grave sacrilegio, perché non solo avrebbero distrutto
opere che racchiudevano tesori di sapienza, ma che tale sapienza era stata
trafusa in Gregorio Magno dal diretto intervento dello Spirito Santo.
Narrò a loro, che ascoltavano
stupefatti e già alquanto placati, la mirabile visione e la profezia di San
Gregorio.
Quindi concluse: “ Il giorno 30 di
questo mese (era l’aprile del 605) io salirò il pulpito della Basilica
di San Pietro e, la mano sui Vangeli, giurerò pubblicamente e solennemente
della verità di questa mia visione; se Iddio Signore in quel momento mi
separerà l’anima dal corpo, sarà, questo, testimonianza della verità delle mie
parole; quando, al contrario, mi vedeste, ciò che non sarà, restare in vita,
voi gettate pure alle fiamme le opere del mio maestro ed amico e considerate me
quale impostore ”
Il popolo si disperse commentando.
Il giorno 30 aprile una gran folla si
era radunata nella Basilica e l’ora stabilita giunse il Levita Pietro.
Nella pienezza della sua salute,
sereno in volto, con quel suo passo spedito che rivelava in lui l’uomo d’azione
oltre che di pensiero, salì rapidamente la scala e dal pulpito emerse con il
suo gentile aspetto dolce e fiero ad un tempo.
La folla attendeva oscillante fra
l’incredulità ed il turbamento.
Tutti gli animi erano sospesi; Pietro
apre i Vangeli e posatavi la mano,
la sua voce si scandisce nel gran
silenzio, chiara e solenne, attestando con giuramento di avere contemplato più
volte lo Spirito Santo sotto forma di colomba posarsi sopra il capo del
Pontefice Gregorio Magno e suggerirgli la divina sapienza da dove sono diffuse le
sue opere.
Appena terminata questa testimonianza,
il suo volto impallidì mortalmente e accasciatosi improvvisamente su se stesso,
morì.
Storiografi del secolo VIII e IX,
Paolo e Giovanni Diacono, ad esempio, narrano ampiamente di questo fatto
prodigioso.
Il popolo a quella vista restò come
folgorato, poi, quasi delirante, conclamò la santità del Papa Gregorio e del
Levita Pietro.
Subito a lui fu tributato quel culto
medesimo che era reso a San Gregorio Magno, non pochi miracoli furono operati
per intercessione dell’uno e dell’altro.
Uno scrittore biellese del 1867, Riccardi, afferma che, sin da quei primi tempi, il 30 aprile, anniversario
della morte del Levita, divenne giorno a lui consacrato e che
“la pratica invalsa di dedicare un
giorno alla sua memoria, perdurò nella romana liturgia molti secoli e
conservossi lungamente anche dopo il trasporto delle sue reliquie da Roma a
Salussola ”.
Il culto di questo Santo, sepolto
presso la tomba di San Gregorio Magno, divulgatosi universalmente, si estese in
modo particolare nella Diocesi di Vercelli, se verso la fine del secolo VII, le
sue reliquie vennero trafugate da Roma, forse dalla famiglia de Bulgaro e da
altri signori e trasportate a Vittimulo, dove fu eretta una chiesa.
Le guerre dei secoli VIII e IX portano
alla distruzione di Vittimulo e alle sue due chiese, quella di San Secondo e a
quella del Beato Pietro, i resti del Santo Pietro furono dispersi tra le
macerie.
Nel secolo IX una gentildonna, discendente
dei Bulgaro, ebbe in sogno, la rivelazione precisa della località in cui si
trovavano i resti del Levita.
La famiglia de Bulgaro, trasportò a
Salussola i resti del corpo di Pietro, forse presso il proprio palazzo, perché
solo nel 961 il Vescovo di Vercelli Ingone, dei marchesi d’Ivrea, gli dedicò la
nuova chiesa in cui furono deposte le spoglie.
La nuova chiesa, eretta in suo onore a
Salussola, a mezza collina, fu data in consegna all’ordine benedettino dei
padri Gerolamini e le spoglie esposte alla venerazione dei fedeli nella chiesa
monastica, eretta e dedicata al Santo Pietro Levita.
A testimonianza della primitiva chiesa di
Vittimulo, sono rimaste due lapidi che risalgono ai secoli V – VI e servivano
in origine da pietre sepolcrali a due cristiani, uno di nome Anastasio e
l’altro Vitale, mentre la pietra sepolcrale di quest’ultimo servì poi da
copertura al sepolcro del Santo Pietro Levita, quando fu trasportato da
Vittimulo nella nuova chiesa e sepolto dietro l’altare.
La prima purtroppo è andata smarrita, mentre
la seconda di pietra bianca, si trova attualmente al Museo del Territorio di Biella.
Non è quindi improbabile che con il corpo del
Santo, abbiano raccolto tra le rovine di Vittimulo e trasportato a Salussola
anche queste lapidi.
Nella Visita Pastorale del 1619 la chiesa è così descritta: “Si tiene con
pochissima riverentia e senza luminarie… il pavimento è buono di sopra, la
chiesa è voltata turra biancha… ha due porte una granda e una picola e si
chiavano tutte e due; nell’intrare a detta chiesa a man dritta vi è un vaso di
pietra p.l’aqua santa e nel coro vi è un confessionale picolino e la sua
grata”.
Della chiesa, oggi scomparsa, rimangono solo
alcuni muri inseriti nell’attuale costruzione, la cascina
San Pietro, presso la Strada Statale 143 per
Cavaglià.
L’urna che racchiude le venerate ossa
è stata trasportata nel 1782 dall’antica chiesa, nella cappella appositamente
eretta nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta.
Uno dei
miracoli attribuiti al Santo Pietro Levita fu la salvezza della gente di
Salussola durante la contesa che aveva opposto gli Sforza ai Savoia.
Il paese era stato messo a ferro e a fuoco e
le fiamme arrivavano fino all’altezza delle case, ma quando pareva che tutto il
paese dovesse ridursi in cenere, per miracolo, le fiamme, per l’improvviso
levarsi del vento, volsero verso il nemico costringendolo alla fuga e del fuoco
non rimase alcun danno.
Nella storia di
Olcenengo, c’è un voto fatto
al Santo Pietro Levita nel 1484, è per questo che ogni anno i pellegrini di
Olcenengo si recano a Salussola per mantenere fede a questo voto.
Il voto fu fatto durante una grande epidemia
di peste e fu continuato senza interruzione.
Anche durante la guerra del 1945, quando era
pericoloso spostarsi, un gruppo di 16 pellegrini, sfidando il pericolo si recò
a Salussola per mantenere fede al voto.
Si narra di un miracolo compiuto a Olcenengo
dal Santo Pietro; una bambina sordo-muta si era recata a pascolare le oche
fuori del paese è qui che le appare il Santo e la guarisce.
Dove avvenne il miracolo, la popolazione
eresse una cappella.
Nel 1782, il Senato del Regno di Piemonte e
Sardegna, aveva ordinato a tutti i Comuni di dichiarare con atto pubblico quale
fosse il santo protettore e il Consiglio della Comunità di Salussola, convocato
il 19 aprile 1728, dichiarava essere la festa
del Santo protettore del luogo la festa di San Pietro Levita, come è ancora ai
nostri giorni.
Parzialmente tratto da:“L’insidia del meriggio – Il Biellese nelle sue
tradizioni” di Virginia Majoli Faccio
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